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Vittore Carpaccio

Venezia 1465 – 1526

I nomi contengono un destino e lui che di cognome faceva Scarpazza, trasmessogli dal padre mercante di pelli, appena poté lo cambiò in Carpaccio. Praticamente un pubblicitario antelitteram. Il migliore su piazza. E che piazza, quella di Venezia all’avvio del 1500. Al tempo Venezia stava sulla cima del mondo, lo straordinario quotidiano del primo impero commerciale e della prima repubblica.

Come Gentile Bellini, Carpaccio dipingeva grandi “teleri” che erano uno spettacolo. Aveva conosciuto Antonello da Messina, studiato i fiamminghi e imparato in fretta. Curava accanitamente la fisiognomica dei suoi personaggi e insisteva con i dettagli. Inseguiva la perfezione e raggiunse un lirismo pari solo al Giambellino. La sua pittura viveva di dettagli e di grandi figure allegoriche che pretendono conoscenza per essere comprese.

Non gli mancarono i riconoscimenti, le commissioni e gli onori.

Il suo ultimo tratto di strada però, fu segnato dal suo progressivo isolamento nell’ambiente veneziano nel quadro dall’affermazione del classicismo.

Ma uno che cambia nome perché non lo sente in sintonia con l’espressione di sé, non è tipo da adeguarsi al sussiego classicista. Mancando così le commesse in città si rifece con le commesse in provincia, come capita ancora oggi a qualche vecchio pubblicitario milanese. E’ in questo suo romantico finale di partita che il Carpaccio realizza un’opera straordinaria, il Cristo Morto. E’ un’opera puntigliosa e allucinata, traboccante di simboli, pietà e grazia. Anche lui, come Giovanni Bellini, ispirò il solito Giuseppe Cipriani che chiamò con il suo nome, il Carpaccio appunto, il noto piatto di carne cruda. :-Q

 

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