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Articoli marcati con tag ‘i Dogi’

Giovanni Galbaio. L’ottavo Doge. 787-803.

Da co-reggente del padre a Doge senza il crisma di un’elezione, si barcamenò tra i Franchi ostili di Carlomagno e l’imperatrice Irene di Bisnzio poco propensa a fornire gli aiuti necessari. Durante i suoi sedici anni da Doge Carlomagno divenne imperatore del Sacro Romano Impero e Bisanzio puntò sulla diplomazia e su rapporti amichevoli riconoscendo in qualche misura gli interessi Franchi sulla laguna.
Il Ducato costituzionalmente fragile, reso in questo modo più isolato si ritrovò dilaniato dal suo interno da fazioni filo-franche e filo-bizantine. I tentativi del Doge Galbaio di rendere ereditaria la carica dogale aggravarono il quadro e diedero la stura a una sommossa popolare filo-franca che lo costrinsero alla fuga mettendo fine alle sue ambizioni e a quelle di suo figlio.

Il 1° Doge. Paoluccio Anafesto

Fu fatto dux dei popoli delle lagune, ebbe potere e autonomia. Fu il primo Doge nelle terre dei Venetici.

Embrione di una cultura di libertà e diritto. E di bellezza.
Lo fu con il compito di allestire la difesa dai pirati istriani in arrivo dal mare e delle bande longobarde da terra:
Paulicio Anafesto, 1°doge di Venezia – anni 697-717.
Testimonianze e documenti sospesi tra realtà e leggenda, dicono che ad eleggere il primo doge furono le più antiche famiglie. Quelle dei Badoer, dei Barozzi, dei Bembo e dei Bragadin, i Contarini i Corner e i Dandolo, i Falier i Giustinian e i Gradenigo, i Memmo i Michiel i Morosini, i Polani i Sanaudo e i Tiepolo.
Con lui si struttura il “trasloco” dalle città dell’interno verso la laguna. I fondatori di Eraclea e Rialto, di Torcello, Malamocco ecc. arrivano da Padova, da Altino, da Verona…

 

alandjo2014@gmail.com

Domenico Flabianico

Il 29° doge 1032-1042

Nel 1032, quando morì l’ex doge Ottone Orseolo, un altro Orseolo, Domenico, aveva avuto l’ardire di autoproclamarsi doge, ma, privo di qualsivoglia consenso, nel giro di 24 ore era stato messo in fuga. Domenico Flabianico risultò poi essere il ventinovesimo doge della repubblica di San Marco, ma ci volle un anno per insediarlo al soglio dogale di sede dopo la successiva deposizione di Pietro Centranigo.

Dopo la successiva deposizione di Pietro Centranigo c’era voluto un anno prima che l’assemblea si accordasse sul nome del nuovo doge. La scelta cadde su Domenico Flabianico, ricco commerciante e tribuno. Nel 1026 il Flabianico era stato fra i capi della rivolta popolare che mandava in esilio il doge Ottone Orseolo. Sullo sfondo di una città concentrata sull’edificazione del proprio sviluppo, il mandato del nuovo doge si delineava chiaramente.

Flabianico, con il pieno consenso popolare, istituisce il Consiglio dei Pregadi (cittadini scelti per dare consiglio ) e abolisce la coreggenza, allargando in questo modo l’area della partecipazione. La riforma di Flabianico però, se da un lato toglie ai Dogi la possibilità di designare un successore e lo limita nei suoi poteri, affiancandoli 2 consiglieri, ponendo così le basi istituzionali che consentiranno alla repubblica di dominare sui commerci e sulle nazioni per diversi secoli a venire, dall’altro finisce col consegnare la città a una ristretta oligarchia. In assenza di guerre da combattere, tutti i suoi 10 anni di dogado si gioca in politica interna  e il nuovo ordine istituzionale che si delinea, dà alla città la consapevolezza della propria forza.

Ottone Orseolo

Il 27° doge 1009-1026
Ottone Orseolo, figlio del doge Pietro II Orseolo, fu prima eletto co-reggente al trono del padre sin dal 1007, appena quattordicenne, per poi succedergli al ducato ancora quindicenne. Nonostante il voto dell’assemblea popolare il potere rimaneva nella disponibilità di poche famiglie in perenne conflitto tra loro che lavoravano incessantemente a fare della repubblica la propria signoria.
Ottone Orseolo non si dimostrò adeguato al ruolo e resse principalmente in virtù della buona amministrazione interna e della solida rete di alleanze nella politica estera, tessuta dal padre.
2 anni dopo l’ascesa alla carica dogale, sposò la figlia del re d’Ungheria e sistemò i fratelli.
Trascurò però i rapporti con l’impero d’occidente, nonostante fosse figlioccio dell’imperatore Ottone III, e non si preoccupò nemmeno di rinnovare gli accordi commerciali con l’impero.
Nel 1018 organizzò una spedizione contro i pirati croati e fece eleggere i fratelli Orso e Vitale a patriarca di Grado e vescovo di Torcello. L’occupazione delle maggiori cariche spirituali da parte dei suoi fratelli, armò l’opposizione interna che si ribellò e lo costrinse ad un primo esilio in Istria. Richiamato in patria dai suoi sostenitori, in breve tempo recuperò il dogato riconquistando subito Grado e si vide riconoscere la legittimità del patriarcato al fratello Orso dal papa Giovanni XIX.
L’equilibrio era però destinato a rompersi e poco dopo scoppiò contro di lui un’altra rivolta, capitanata da Domenico Flabanico. Ottone Orseolo fu preso e nuovamente esiliato. Dopo questa seconda destituzione, i partigiani degli Orseolo ribaltarono la situazione e richiamarono Ottone dall’esilio a Costantinopoli. Ottone Orseolo morì però, prima di poter rientrare a Venezia.

Pietro II Orseolo

Il 26° doge 991-1009
Figlio di doge e doge fino all’ultimo dei suoi giorni, Pietro II Orseolo fu un leader capace di tracciare e predeterminare nei secoli a venire la storia della Serenissima repubblica.
Appena insediatosi ottenne subito dagli imperatori d’oriente e d’occidente la conferma di privilegi commerciali ulteriormente rafforzati dalla stabilità commerciale e militare che si assicurò dal disarmo dei facinorosi vescovi dell’entroterra.
Pacificate da questi risultati le varie rappresentanze politiche interne, allestì una potente flotta armata per disinfestare l’alto adriatico dalle incursioni dei pirati narentani, conquistando così a Venezia la Dalmazia e l’Istria. Principia con l’Orseolo la secolare preminenza veneta sul versante slavo dell’Adriatico.  Da questo successo prese l’origine della festa dello sposalizio del mare e nasce lo “Stato de Mar” che riconosce in Venezia la Regina dell’Adriatico. Nel 1002 Pietro II Orseolo soccorse i bizantini a Bari, assediata dagli Arabi ampliando il proprio vantaggio commerciale negli scambi con l’impero d’oriente.  Il figlio del Doge, Giovanni, sposò una nobildonna bizantina, ma la peste uccise entrambi e il loro erede vanificando la tessitura di un legame che avrebbe potuto consegnare a Venezia le chiavi di Bisanzio. Nel settembre del 1009 anche per lui giunse la fine.

Tribuno Memmo

Il 25° dodge 979-991

Analfabeta ma ricco di suo e ancor più per matrimonio, Tribuno Menio oppure Memmo, successe nel dogado al buon Vitale. Scelta compromissoria nello scontro tra i Candiano e gli Orseolo risultando egli imparentato in qualche modo con gli uni e gli altri. Stabilì con atto legislativo che la basilica di San Marco divenisse di esclusiva proprietà dogale, sottraendola così alla servitù pontificia. L’atto rese Venezia antesignana della moderna distinzione tra i poteri statali e quelli religiosi.

La situazione interna era segnata dalla fragilità dell’assetto statale e da una decennale rivalità tra la famiglia dei Coloprimi e quella dei filo-bizantini Morosini. Quando il Memmo perde si sostegno di Bisanzio per assicurare il ducato al figlio viene deposto e obbligato a farsi monaco.

Vitale Candiano

Il 24° doge 978-979
Un’assemblea attonita, per la fuga nel convento spagnolo del vecchio Orseolo, elesse senza sussulti il nuovo doge nella persona di Vitale Candiano, ventiquattresimo doge della Repubblica di Venezia in rinnovata altalena.
Se nella politica interna l’unica sua direttiva consistette in un inasprimento fiscale per far fronte alle spese di ricostruzione della città, per la politica estera si preoccupò di assicurare a Venezia i buoni rapporti con l’impero d’occidente di cui la città aveva bisogno. Del resto nell’anno e poco più che rivestì le funzioni dogali di più non poteva essere fatto.
Malato, come il predecessore abdicò al ruolo per ritirarsi in convento dove morì pochi giorni dopo.

Pietro IV Candiano

Il 22° doge 959-976

Fuggito dai territori veneziani con un pugno di seguaci, ottenne l’aiuto di Berengario nel suo progetto di conquista di Venezia che realizzò in armi destituendo il padre e autonominandosi doge. Con l’abolizione della schiavitù in funzione anti bizantina e il matrimonio con la nobile Waldrada, figlia del duca di Spoleto e sorella del marchese di Toscana, forte dell’interessato consenso dell’imperatore Ottone I, spostò l’asse della politica estera veneziana da Bisanzio alla terraferma. La sua peculiare visione conseguì sì la sovranità sui tutte le proprietà ecclesiastiche in terra veneziana a scapito però di un’impopolare aumento della tassazione, alla necessità di una guardia personale mercenaria a tutela della propria persona e alla inimicizia di Bisanzio. Così, quando il suo protettore Ottone I, morì, i veneti diedero l’assalto al palazzo ducale che non esitarono a incendiare pur di stanare il doge. Quel giorno bruciò mezza Venezia, doge e figlio furono trucidati e gettati con noncuranza nel mattatoio pubblico.

Pietro III Candiano

Il 21° doge 942-959.
Ancora una volta in altalena con i Partecipazio, il 21° doge risultò essere Pietro III Candiano. Figlio del doge Pietro II Candiano fu eletto dall’assemblea popolare.
Iniziò imponendo il blocco navale Aquileia e proseguì con la caccia ai pirati narentani che infestavano l’Adriatico e sempre nel solco della tradizione chiese ed ottenne da Berengario II i consueti privilegi commerciali.
Sotto il suo dogado trassero origine gli avvenimenti celebrati con la festa delle tre Marie, a ricordo del ratto di 12 fanciulle veneziane ad opera di pirati narentani e conclusosi con la liberazione in armi delle rapite.
Ligio alla tradizione familiare dei Candiano chiamò il maggiore dei suoi figli Pietro.
Quest’ultimo, ebbe comportamenti e ideali talmente invisi alla popolazione da essere costretto all’esilio, avendo salva la vita solo grazie all’intercessione paterna.
Il figlio Pietro, esiliato, con il sostegno del re d’Italia Berengario diede corso a una spedizione militare per attaccare Venezia e sostituire il padre al trono. Il dogato di Pietro II Candiano finì con la destituzione violenta ad opera del figlio che ebbe la grazia di ricambiare l’antica intercessione paterna lasciandolo vivo.

Giovanni I Partecipazio

Il 12° Doge. 829 – 836

Anche per Giovanni Partecipazio non c’è alcuna votazione. La sua nomina si deve alla gestione dinastica del potere da parte del padre, il doge Angelo Partecipazio prima e del fratello Giustiniano poi.
Un dogato imposto con la forza che alimenta però il malcontento e lo espone a un’infinita serie di cospirazioni.
Il suo posto è reclamato dal vecchio doge Obelerio Antenoreo, fuggito dall’esilio di Costantinopoli.
Liberatosi dell’ex doge è però costretto alla fuga da una rivolta di nobili capitanati dal tribuno Caroso, vicino alla sua famiglia e per questo insospettabile.
Si riorganizza al riparo dell’appoggio di Lotario, re dei Franchi e quindi marcia sul palazzo ducale, acceca il rivale e si riprende il trono. Non fa in tempo a consacracare la basilica di San Marco che prende corpo l’ennesima rivolta capeggiata questa volta dai Mastalici. E questa volta gli andò male.
Non così male come i suoi primi avversari visto che i Mastalici si accontentarono di tosarlo di barba e capelli come un chierico e confinarlo, in questa nuova veste, nella vicina Grado.