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Classic Piet

Classic Piet è il mobile ad uso bar o contenitore di AL & JO, evidente tributo a una celebre opera di Piet Mondrian. Per Mondrian l’unico modo per giungere all’espressione della realtà pura era l’astrazione. La sua era la ricerca della realtà come costante, del perfetto equilibrio tra forma e spazio, nel tentativo di dare un senso ordinato, logico, lineare a una realtà che non ha senso.
Il pezzo, segue una precisa composizione di linee verticali e orizzontali. Ne scaturiscono 4 ante e 4 cassetti di dimensioni diverse che determinano un insieme di armonia e funzionalità inatteso.
ps. Al & Jo è un network italiano che riunisce design, artisti e mobilieri ebanisti. A partire dal 2008, il network ha avviato una sistematica ricerca di soluzioni creative innovative e coerenti processi operativi per il sistema arredo. L’approdo è consistito nella realizzazione di propri formulati a base di resina, totalmente liberi da solventi tossici e impiegabili nella realizzazione di mobili d’alta gamma.
Tutte le creazioni, in massima parte edizioni limitate e pezzi unici, non sono ingegnerizzabili in una produzione seriale ma al contrario, possiedono caratteristiche proprie dei prodotti di lusso a partire dall’eccellenza della realizzazione.
Ad un design che non sottrae l’oggetto alla sua funzione si sono così sommate le potenzialità artistiche di resine opportunamente modificate.
Il contrasto tra rigore costruttivo e pennellate d’autore, la solidità delle figure, la patinatura e colorazione manuale pezzo a pezzo, rappresentano la cifra stilistica AL & JO.
Café del Mar, personal experience
AL & JO spring summer collection 2011
- modello Mimesi - nome Café del Mar
- rifinitura esterna con resina stesa a sbalzo - interni in teak - pomoli in vetro di Murano - gambe in acciaio cromato - overpicturing and mixed media - unique example - dimensions cm 50 x 250 x 50 – cm 100 x 100 x 34 - collezione privata
Minimal Mystery – San Giorgio e la Principessa
La seduta di evidente richiamo medioevale, a base trapezoidale e schienale a doppia ellisse, è interamente rivestita da una originale elaborazione elettronica di San Giorgio e la Principessa del magico Pisanello.
La singolarità del pezzo, realizzata da AL & JO, è sottolineata dal bordo dello schienale, trattato in modo tale da illuminarsi al buio. Un’aureola salvifica che avvolge e precipita nel tempo, ancor prima delle Americhe, in un mondo fatto di Principati e Imperi, attraversato dall’andirivieni di Duchi e Marchesi. Un creato antico, con boschi abitati da gnomi e fate, sedotto da cantari epici e cavallereschi.
Le resine extrachiare stese a sbalzo disegnano una texture che danza con l’immagine sottostante. La luce penetra la colorazione arricchendola di tremule zone d’ombra, accarezza i bei visi del Santo guerriero e della principessa di Trebisonda. L’interazione tra luce e superficie contribuisce all’aura sognante della creazione. Dotata di battitacco in acciaio cromato, protettivo e stabilizzante, la seduta e realizzata in unico esemplare.
Furniture Design: Andromeda Movie Al & Jo
Il pezzo a firma di AL & JO, si sviluppa a partire da uno scatto fotografico al telescopio. La foto è opera di Stefano Padovan con la complicità dei 2700 metri d’altezza del New Mexico e il suo cielo trasparente. Andromeda è un gigante. L’elaborazione elettronica fa perno su questa sconfinata galassia spirale a 2,5 milioni di anni luce da noi e ne accentua la rotazione. I mille miliardi di stelle che la compongono si trasformano, nel mobile, in luccichii che brillano in modo diverso a seconda dell’illuminazione e del nostro punto di osservazione. I colori si sciolgono in onde concentriche. Analogamente agli altri componenti della collezione, “Andromeda Movie” è prodotto in soli 10 esemplari, ognuno personalizzato in maniera diversa. Struttura ed interni possono essere verniciati in tinta, ebano o palissandro.
Andromeda Movie è un mobile pensile ad uso porta-dvd o contenitore, composto di nove ante. Spessore ante 16,5 mm, limited production of 10 examples, dimensioni cm 95 x 25 x 68.
Museo del Novecento: un museo dentro la città
Parliamo un po’ di architettura: e in particolare del progetto del Gruppo Rota di Museo del Novecento negli spazi dell’Arengario a Milano.
Il progetto di Italo Rota, e dei suoi collaboratori Fabio Fornasari, Emmanuele Auxilia, Paolo Montanari e Alessandro Perdetti, non è semplicemente un progetto di design architettonico sussidiario alla valorizzazione delle collezioni pittoriche che saranno ospitate nel palazzo storico in pieno centro di Milano – e si tratta di una collezione tutta da non perdere, che ripercorre pressoché tutta l’arte milanese del ’900.
Il progetto Rota vuole essere un vero e proprio percorso dal forte impatto visivo e dalla fruizione originale: basti solo dire che sarebbe previsto, non è ancora certo, che il visitatore, una volta giunto alla fine del percorso lungo la storia artistica della Milano novecentesca, debba ripercorrere al contrario il percorso appena compiuto: quasi un invito a fermarsi un attimo, a riflettere su quanto visto, a rivedere opere prima appena sfiorate.
Il progetto di Rota, che punta perciò non solo all’organizzazione di un’ingente collezione ma soprattutto alla sua fruizione, non si ferma qui: un particolare non da poco è che il percorso inizierebbe direttamente dalla metropolitana con prima tappa la Torre dell’Arengario. Il fatto di voler far iniziare la visita dalla metropolitana significa voler fare del Museo del Novecento un museo direttamente, e fisicamente, coinvolto nella realtà urbana e cittadina.
Gli spazi interessati agli allestimenti non riguardano poi solo quelli dell’Arengario, perché il progetto Rota ha previsto un corpo triangolare interstiziale tra l’Arengario e Palazzo Reale con sette salette monografiche. I due più importanti palazzi storici di Piazza Duomo sono quindi idealmente collegati.
Ma, nella prospettiva di un Museo proiettato verso l’intera piazza, la soluzione forse più interessante è quella che riguarda Neon, del 1951, proprietà della Fondazione Fontana, che verrebbe posto davanti alle finestre, per cui visibile a chiunque, basta che si trovi in Piazza Duomo.
Ultimo dettaglio: le parti di collezione non esposte (le opere sono numerosissime, per cui esposte a rotazione) saranno però fruibili “a distanza”, dalle vetrine in Via Marconi.
Questo 6 dicembre ci sarà l’inaugurazione pomposa e ufficiale: speriamo che Museo del Novecento sia davvero il “museo-città” del progetto di Italo Rota.
A Ca’ Giustinian c’è la bottega del design
Entro il 2011 qualche fortunato designer, architetto o artista tornerà indietro nel tempo: a sua disposizione un atelier old-fashioned di 300 metri quadrati (per ora sono disponibili solo 180, ma i lavori proseguono), presso Ca’ Giustinian, Biennale di Venezia, uno spazio luminoso (non poteva essere altrimenti, il progetto è di Mario Nanni) e speriamo accogliente, con la pareti lasciate al grezzo e grandi tavoli in legno di betulla.
Qui, secondo l’idea di Nanni, i designers e gli architetti appena usciti da scuola, potranno essere veri bottegai: ovvero artisti che siano anche artigiani, che non perdano il contatto con la progettazione intesa come manualità. E il lavoro come lavoro pratico: “è la voglia di sporcarsi le mani lavorando che fa la differenza” ci dice Nanni, il design è praticità perché progetta e realizza “oggetti capaci di agevolare azioni, pensieri e sensazioni”.
Il Lab/Shop di Ca’ Giustinian vuole essere questo: una bottega con i suoi capimastro e i suoi garzoni, per offrire agli studenti di design e architettura una formazione complementare a quella accademica, spesso troppo lontana da tutto ciò che è manuale e artigianale.
E comunque credo che tutti i nostri futuri designers e architetti non vorranno perdere l’opportunità di sporcarsi le mani nella bottega di Mario Nanni.
Tappeti dal mondo: il gusto dell’irregolare di Donata Paruccini
È da poco partita la mostra di tappeti Nodus alla Triennale di Milano che conta la partecipazione di grandi nomi del furniture design. Mi limiterò a parlare di Donata Paruccini che con Nodus si è cimentata per la prima volta nella realizzazione di tappeti.
Facendo sua la tradizione artigianale del tappeto rigorosamente annodato a mano, la Paruccini mira decisamente verso la semplicità: la decorazione, elemento d’obbligo nell’arte del tappeto, nasce dalla composizione di segni geometrici semplici e dal cromatismo scarno; il tappeto è un puzzle facile che però presenta delle sue irregolarità che evitano la banalità della scacchiera.
Un esempio è il primo tappeto realizzato dalla Paruccini, Pakistano, a mio vedere quello più interessante: una scacchiera quasi perfetta, che presenta, per così dire, degli errori, degli sbagli, che rompono la monotonia di una scacchiera dal cromatismo terroso, ocra e verdognolo – i colori che per Donata Paruccini, non a torto direi, evocano i colori del Pakistan e in particolare del paesaggio e dell’abbigliamento più comune.
Seguendo le parole della stessa Paruccini, nella realizzazione di Pakistano e degli altri tappeti della collezione si è voluta “una piccola variazione alla griglia del progetto di base, quasi un invito allo sbaglio” perché “in un progetto così artigianale e tradizionale è concesso variare e compiere errori, perché gli errori rendono umano e unico l’oggetto”.
Di fronte ai tappeti persiani dalle decorazioni fittissime, che possono sembrare alla fine tutte uguali proprio perché troppo complicati, un tappeto come quello di Donata Paruccini ci suggerisce che dietro un tappeto artigianalmente prodotto c’è sempre una mano umana e sapiente e che ogni tappeto annodato a mano è sempre unico nel suo genere.
Nemo: quando il design diventa antropomorfo
Una poltrona dal volto umano: Nemo di Fabio Novembre, presentata in occasione del Salone del Mobile a Milano, è una sorta di poltrona-maschera, una poltrona che presenta un viso umano e che conferma l’interesse di Novembre per un design antropomorfo, già mostrato due anni prima con la dormeuse Divina.
La figura umana di Fabio Novembre tende sempre verso l’astrazione e la stilizzazione: il volto di Nemo è un volto simile alle maschere del teatro, un particolare, dal mio punto di vista, da non trascurare. La poltrona-maschera sottintende forse i concetti correlati di recita, interpretazione, finzione e palcoscenico: chi si siede su di essa è chiamato a far parte di questa recita, a rendersi co-protagonista (la protagonista sarà sempre la poltrona!) di una performance teatrale.
Non ci resta che vedere quali altre declinazioni avrà il design antropomorfo di Novembre in futuro, magari con l’edizione 2011 del Salone del Mobile: per ora possiamo dire che con Nemo il design che si ispira alle forme umane non ha avuto le consuete, e più facili, declinazioni che mirano all’ironia e allo scherzo.
Caminetti biologici: basta a legna e canna fumaria
Se avete sempre voluto in casa vostra un focolare ma non avevate lo spazio nè per il camino nè per raccogliere la legna, i biocaminetti ideati da Matteo Ragni per Biò Firepalce potrebbero fare al caso vostro: questi camini non hanno infatti bisogno di una canna fumaria, possono stare sospesi al muro o semplicemente sul pavimento, sono quindi adatti alle abitazioni odierne e, a loro modo, hanno il fascino degli antichi focolari.
Ma soprattutto si chiamano biocaminetti: questo vuol dire che sono progettati secondo gli attuali standard dell’ecosostenibilità; questi camini sono infatti alimentati a bioetanolo, combustibile non tossico prodotto dalla fermentazione di vegetali come patate e cereali. Rispetto per l’ambiente che si traduce in rispetto per le mura e i pavimenti di casa – niente più cenere – e in comodità e agilità d’uso: i biocaminetti si accendono e spengono con un semplice click.
News Design: “Progettare Pensieri” di Marco Ferreri
La mostra monografica di Marco Ferreri, allestita alla Triennale di Milano e aperta fino al 6 gennaio 2011, è l’occasione per ripercorrere il lavoro artistico di uno che ha saputo cimentarsi nei campi più diversi, dal design alla grafica, dall’architettura alla performance.
Progettarepensieri, questo è il titolo della mostra, è una selezione delle più importanti creazioni di Ferreri, e in aggiunta alcuni progetti inediti realizzati per questo evento.
“Usciamo tutti uguali, poi è un fatto di condizioni ambientali. La fantasia ha bisogno di un territorio di sviluppo, credo che essere figlio di un pasticciere e avere visto come si possano ottenere cose diversissime usando sempre gli stessi ingredienti: farina, acqua, uova… e aggiungendo piccole cose, sviluppi la fantasia. Ma non penso che passare la vita a contare banconote, per esempio, la inibisca”: in questi termini Ferreri parla della fantasia, sempre al centro del suo percorso artistico. La fantasia è qualcosa da coltivare e ordinare, e per farlo è necessario pensare e progettare.
Progettare pensieri, che non a caso è il titolo della mostra, significa spostare lo sguardo, guardare le cose con una inedita angolazione: “Sta a noi, attraverso l’esercizio del pensiero che può aiutarci a leggere in modo diverso e un po’ più aperto i bisogni reali delle persone, spostare lo sguardo. Non continuare a pensare che abbiano – o credano di avere – bisogno soltanto di vestiti, gioielli eccetera. Tutto diventa sempre più sottile, impalpabile, dai cellulari del futuro ai tessuti, la gente sta tentando di eliminare la parola pesante dagli oggetti che la circondano. Mi chiedo se non sia il caso di cominciare a progettare pensieri”. Per questo, per Ferreri, fare design significa lavorare per sottrazione: guardare alle cose ed eliminarne il superfluo, ma non il pesante, scolpirle per alleggerirle sì, ma per renderle essenziali. E la fantasia si esercita proprio su questi nuovi oggetti, spogliati della loro originaria pesantezza per acquisirne una nuova, e che si prestano a uno sguardo “spostato”, capace di ordinare e progettare.








