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Tiepolo. Un’altra storia è possibile in chiaro
Nato a Venezia nel 1696, come artista si formò ispirandosi ai grandi del cinquecento Veneto, Tintoretto e Paolo Veronese e poco più che ventenne faceva già parte della Fraglia dei pittori veneziani.
La Repubblica dei dogi veleggia dolcemente verso la propria fine (1797) e la vita del Tiepolo coincide con un lungo periodo di pace e i suoi lavori, fatti di tratti leggeri, linee soffici e colori delicati sembrano testimoniarlo. Chi guarda non prova un senso di oppressione, ma un effetto liberatorio, balsamico. Tutto è lieve, dalle inquadrature ai giochi di luci e ombre. Giambattista Tiepolo rappresenta perfettamente la Venezia del Settecento, una città nobile, una vita lieve che ne rischiara il mito, una libertà inimmaginabile nella vecchia Europa e nelle giovani Americhe.
Orami però la storia si svolge in altri luoghi. La Serenissima è un miraggio che galleggia nel mare, è una sonnolenza dolce dopo un lauto pranzo. Con le sue architetture sofisticate e le sue atmosfere argentate, irreali ma verissime allo stesso tempo, offre al mondo, attraverso le opere del Tiepolo, una interpretazione visionaria e fantastica della vita. Lui, il migliore dei suoi figli, ne mette in mostra il dinamismo leggero, tutto giocato dentro scenografie dalle tinte ariose ed eccitate.
Superbo incisore e disegnatore dallo stile grandioso, il Tiepolo acquisì fama e onori ben oltre i confini dello Stato veneziano, senza perdere mai in creatività. Lavorò senza interruzione e concluse la sua cavalcata a Madrid, dopo aver terminato sette pale di tema religioso per la chiesa di San Pascual Baylòn nel 1770, sette pale di grande forza meditativa e sentimentale che furono il suo commiato dal mondo.
Sebastiano Ricci, l’innovazione in tempi di crisi
Nasce a Belluno nel 1659 e muore a Venezia nel 1734. Pochi chilometri tra l’inizio e la fine. Come uno che si muove poco. Viceversa, proprio nei suoi viaggi sta la valenza del suo profilo artistico. Viaggi che lo hanno portato a lavorare in diverse città d’Italia, Austria, Francia e Inghilterra. A Venezia arriva presto e prestissimo le cose per lui si mettono in malo modo, tanto da finire in prigione per il tentativo di avvelenare una giovane che gli aveva dato una figlia, che a quanto pare lui non voleva. Ne esce con un matrimonio forzoso, fuggendo però poi con un’altra, beccandosi in seguito una condanna a morte a Torino, da cui viene di nuovo graziato.
Si sposta di continuo, e lavora nelle più importanti città italiane con commissioni sempre più importanti. Nei primi anni del ’700 è a Vienna, poi ancora a Venezia e Firenze. Nel 1714 è all’opera in Inghilterra e poi in Francia. 20 anni dopo, la morte lo coglie a Venezia, ancora al lavoro.
Le sue opere mostrano riferimenti diversi. Estremamente capace nel simulare qualsivoglia stile, Ricci approfondì in modo continuativo lo studio dell’arte cinquecentesca, sviluppando un tratto pittorico rapido e nervoso. Con un un trionfo di colori irreali, chiari e vividi, con le sue tonalità argentate, fu il primo a riprendere gli stilemi del Veronese, ponendosi come anello di congiunzione tra quest’ultimo e il Tiepolo. La sua è un’arte ariosa e brillante che rifugge l’introversione meditabonda e i toni cupi. I colori del Ricci fanno meraviglie, i volti ritratti si aprono spesso in luminosi sorrisi.
La perdita crescente di centralità commerciale indebolisce Venezia anche sul fronte artistico. Con il Ricci, la città si riconnette all’Europa, stravolge un futuro prossimo che sembra già scritto. Lui è un pittore veneto itinerante, il primo virtuoso viaggiante. Gli riesce il miracolo di imporre a Venezia come a Londra, Parigi e Vienna lo stesso stile innovativo, fatto di effetti di luce e di colori chiari. Le basi per i futuri trionfi pittorici del Tiepolo sono pronte.
Il Furioso Tintoretto
Tintoretto - Venezia 1518 – 1594 - L’ultimo grande pittore del Rinascimento.
Accumulò capolavori e soprannomi. Di suo sembrava facesse Robusti, ma era anch’esso un soprannome che stava per Comin, poi sostituito da Tintoretto per via del lavoro del padre tintore di stoffe, rimanendo confidenzialmente “il Furioso” per via del suo modo di dipingere. Per sovrappiù , gli capitò in sorte postuma, come al Bellini, di diventare un ottimo cocktail (1/3 di succo di melograno, 2/3 di prosecco), il Tintoretto, appunto. Sic : – ?
Apprendista presso la bottega di Tiziano, fu subito cacciato perché troppo promettente e, in futuro, sicuro concorrente. Un bell’esempio di prevenzione e difesa di posizione dominante. Tiziano aveva vista lunga e sconfinato amore per ” i schei”. Allora il nostro Robusti Comin Furioso Tintoretto cambiò strategia e arrivò presto a fregiarsi del titolo di maestro in Venezia. Ci arrivò con offerte vantaggiose e sottocosto. Te la regalo purché me la compri. Ossimoro da pubblicitario che più volte, pur di strappare commissioni in una piazza zeppa di concorrenti, chiedeva per pagamento il solo costo dei materiali.
Le sue opere erano un vero affare per i committenti e il suo virtuosismo gli consentiva di spaziare dalla pittura alle collaborazioni con gli artigiani mobilieri. Tant’è. Era nei ritratti che guadagnava. Lui e il figlio Domenico, lui e l’adorata figlia Marietta – una pittrice che era una rarità a Venezia, dove un ritratto eseguito da lei faceva molto Vogue e Vanity Fair. Nei ritratti era fondamentale il tempo di esecuzione, visto che i soggetti non potevano permettersi lunghe sedute di posa in conseguenza di ruoli da ricoprire e affari da seguire a tempo pieno….e in questo campo, con l’aiuto dei figli, il Tintoretto aveva messo in piedi una filiera produttiva di rara efficienza. Praticamente un’industria con tanto di semilavorati a magazzino. Preparava le tele per tempo e per i vestiti dei personaggi si aiutava con dei manichini, poi era capace di completare il ritratto nel giro di un’ora. L’organizzazione sosteneva il suo talento, un talento che si esprimeva con inquadrature e una resa della luce da straordinarie.
Alla fine, nel 1575, a Venezia sbarca la peste e nel giro di un anno si porta via il Tiziano. Tintoretto diviene il primo pittore della Serenissima. A ruota lo segue il Veronese. Andò avanti ancora per una ventina d’anni e a 70 anni suonati stava ancora lavorando a due grandi opere. La morte lo colse nel 1594.
Tintoretto, ritratto di Girolamo Priuli, 1559, Institute of arts Detroit
Rosso Fiorentino / Tarantino
Come il Pontormo, Rosso Fiorentino si forma presso la bottega di Andrea del Sarto in Firenze. Come il Pontormo è insofferente verso il classicismo. Rosso Fiorentino non punta all’armonia. Lui ricerca il dramma, il pugno allo stomaco. Meglio di Quentin Tarantino. Al capolavoro ci arriva prestissimo a soli 26 anni. L’opera è La Deposizione dalla Croce ed è una rivoluzione. I volumi sono irreali. Le linee curve inesistenti, i colori contrastati. I personaggi si agitano freneticamente, corpi e volti deformati e ridotti a maschere. Ansia e violenza sono palpabili e l’osservatore, al pari delle figure che compongono l’opera, si ritrova imprigionato dentro la sequenza di un film d’azione.
La vita lo portò poi in Francia alla corte di Francesco I dove rimase fino alla fine dei suoi giorni che la leggenda vuole dovuta a suicidio. Al Rosso Fiorentino è da attribuirsi la nascita della Scuola di Fontainebleau.
Rosso Fiorentino – 1495 – 1540, 1521 – La Deposizione dalla Croce, Pinacoteca di Volterra.
Lotto per l’indipendenza
Adesso tutti riconoscono che il Lotto ha anticipato Manierismo e Barocco e che il suo posto è tra i grandi del Rinascimento. E tuttavia, fino a tutto il XIX secolo non se lo è filato nessuno. Forse, perché dava ai suoi personaggi un profilo semplice e popolano che sembrava rispondere più ai dettami della Riforma protestante che alla magnificenza cattolica. Espressionista prima del tempo, fatto sta che in vita, il trend modaiolo classicista lo portò ad operare soprattutto per committenti di provincia.Lorenzo Lotto – Venezia 1480 / Loreto 1556 - si avvia all’arte entrando nel giro di Giovanni Bellini. In pochi anni si afferma e, nel bel mezzo del conflitto tra la lega di Cambrai e la Serenissima, il papa guerriero Giulio II lo vuole a Roma per decorare i suoi appartamenti. Qui però il Lotto non subisce per nulla il fascino del trionfante classicismo romano e l’anno seguente lascia Roma per non farvi più ritorno. Si trasferisce allora a Bergamo e fa ritorno a Venezia solo nel 1525, dove, trova conferma della sua eccentricità come artista e pittore. Sono gli anni in cui giganteggia Tiziano, la Serenissima ne celebra lo stile e il suo biografo, Ludovico Dolce, accusa Lotto di “cattivo colorire”. Mentre i personaggi del grande pittore cadorino trasudano nobiltà e retorica, il Lotto dipinge un’annunciazione dove la Vergine è rappresentata come una ragazza semplice, spaventata, al pari del suo gatto, dal messaggio divino, e un gatto spaventato dall’angelo annunciatore non l’aveva ancora immaginato nessuno. Il Lotto rifiuta la pittura come celebrazione dei potenti e vi si oppone con immagini ostentatamente borghesi, mettendo in primo piano persone povere e semplici che reclamano la loro presenza e come lui chiedono accettazione. La sua modernità è tutta nello spirito romantico in anticipo sui tempi, che non punta tanto ad una nitida percezione, quanto invece a una espressività evocativa e sentimentale. Ormai vecchio, a 72 anni si trasferisce nel Santuario della Santa Casa di Loreto. Vi morirà, serenissimo, 4 anni più tardi. Nella foto, Allegoria del vizio e della virtù, 1505, Washington, National Gallery
Altichiero da Zevio 1330 – 1390 ca.
Catturato dagli affreschi di Giotto e dal metodo di lavoro della scuola lombarda che vi si richiamava, Altichiero da Zevio (Verona) fu tra i più grandi pittori del Trecento. Con un’attenzione maniacale ai dettagli, il suo è uno stile narrativo che, assieme all’uso dei colori, precede il gotico internazionale pur rimanendo estraneo al suo impianto fantastico. Ebbe modo di essere conosciuto ed apprezzato dal Petrarca del quale fece un ritratto. L’influenza del poeta lo porta ad interessarsi a soggetti storici e classici, anche qui anticipando la passione antiquaria del secolo seguente. Altichiero sorprende per la sua eccezionale tecnica pittorica, per la straordinaria capacità di rappresentare stati d’animo e per la rappresentazione mai approssimativa e senza sbavature di complesse scene di vita quotidiana.
Venezia Firenze. L’asse della bellezza.
Di nascita e di nome fu Veneziano. In morte fu Fiorentino. Il sole che bruciava sull’acqua del Canal Grande in certe ore d’estate era un’esplosione di luce ed era quella luce che Domenico Bartolomeo detto Veneziano voleva riprodurre nelle sue opere. Alla fine, scoprì il segreto per fissare la luce alla tela. Non si accontentò di questo il Veneziano ma indagò anche la pittura fiamminga, si perse in Firenze come allievo di Gentile da Fabriano e allungò fino a Roma, per lavorare con Pisanello. Ed erano uno migliore dell’altro. NEl 1445 a Firenze nasce il Botticelli e Paolo Uccello inizia ad affrescare il chiostro di S. Maria Novella, a Padova Donatello inizia i Rilievi per l’altare del Santo, a Roma Filarete termina la porta bronzea di San Pietro e ovunque in giro per la penisola si compiono opere di straordinaria meraviglia. Intere città fanno festa alla consegna delle opere commissionate e ogni presentazione è un evento. Un po’ come oggi le file ai negozi per l’uscita di un nuovo telefonino. Con minore magia però. Con maggiore spessore. Non per niente tira tanto l’ultra-piatto. Se è vero che la bellezza ci salverà forse dovremo riparare il navigatore. Comunque, è sempre nel 1445 che Veneziano inizia la Pala d’altare per Santa Lucia de’ Magnoli a Firenze. L’artista dipinge una Sacra Conversazione, con la Vergine, il Bambino in trono e gli altri protagonisti, dotandoli di una intensa caratterizzazione fisica e psicologica. La scena immerge le figure in una atmosfera mattutina luminosa, dando al contempo dimostrazione della sua abilità nella rappresentazione prospettica che rende particolarissima con nitidi giochi di luci e ombre. Il Veneziano è una spugna che assorbe il meglio del suo tempo. Innova realizzando una “tabula quadrata” e togliendo l’oro dallo sfondo ma, riproponendo la composizione tripartita e la la loggia, ricorda il polittico gotico. Se l’influenza di Masaccio si deduce dallo studio prospettico, nei colori ci sono assonanze con Beato Angelico e nella cura dei particolari ricorda i fiamminghi. >>> Domenico Veneziano, 1410 – 1461 – Pala di Santa Lucia de’ Magnoli, 1445 – 1447 – Firenze, Galleria degli Uffizi
Gentile da Fabriano 2 – L’Adorazione dei Magi
Tempera su tavola (203×282 cm) con cornice scolpita in legno dorato, datato nell’anno 1423. Si trova agli Uffizi di Firenze
Gentile mette piede in Firenze e subito gli viene commissionata l’opera dal ricco mercante Palla Strozzi. Ci lavora 3 anni, intasca 150 fiorini che merita tutti dal primo all’ultimo. Ne esce un assemblaggio mirabile. Una fusione di realtà e fantasia straripante. Gentile da Fabriano è un genio e quella che mette in scena è una fiaba sospesa fuori dal tempo, frutto di una tecnica eccelsa che contempla pittura, oreficeria e altro ancora. L’artista dà vita a un susseguirsi di eventi che hanno il loro apice nel giungere innanzi a Gesù bambino di una sontuosa sfilata di eleganti aristocratici. Questo sovrapporsi festoso e vitale di uomini e animali (c’è un folto gruppo di cavalli, 2 leopardi, un levriero, un dromedario, due scimmiette, un falcone e altri uccelli) è reso in assenza di prospettiva. Gli attori principali, i tre Magi, sono rappresentati nelle tre età dell’uomo: gioventù, maturità e vecchiaia (chi non ricorda Klimt con il suo “Le tre età della donna”, olio su tela del 1905). E’, quello di Gentile, un mondo lontano dall’elucubrazione psicologia che santifica il – dipingiamo qualsiasi cosa pur che sia dolorosa e sbilenca – tipica dei tempi moderni. Fortuna loro, i tre Magi sono personaggi consapevoli di sé e del loro ruolo nel mondo. 
“Flag”, l’opera di Jasper Johns appartenuta allo scrittore Michael Crichton, è stata aggiudicata per 28,6 milioni di dollari.
Ieri da Christie’s a New York. l’asta sulle 31 opere collezionate da Crichton ha superato tutte le aspettative.
Incassati poco meno di 100 milioni di dollari. 93,323,500 dollari (diritti d’asta inclusi).
Una piccola “Flag”, una bandiera degli States, eseguita da Jasper Johns tra il 1960 e il 1966 di appena 45 per 68 centimetri, è stata aggiudicata a 28,642,300 dollari. L’arte si conferma ancora una volta il bene rifugio per eccellenza.
Gentile da Fabriano
Nato a Fabriano attorno al 1365 e mai morto, Gentile di Niccolò di Giovanni di Massio, detto Gentile da Fabriano siede comodamente nell’olimpo dell’arte di tutti i tempi. Le elucubrazioni simil-catastali che vogliono limitarne la grandezza all’interno del gotico internazionale gli fanno palesemente torto. Ovunque ammirato, fu conteso per l’inarrivabile eleganza, la mano raffinata, la visione fiabesca. Se nelle opere giovanili profonde in ori accesi e pietre preziose, nell’età matura muta il tratto verso un naturalismo straordinariamente intimo a cui mai viene meno un travolgente amore per la vita. La grazia profusa nelle sue opere ha condizionato tutta la successiva storia dell’arte ma non ha mai riscosso i crediti che vanta dall’art nouveau in generale e da Gustav Klimt in particolare (1862-1918) . Nulla sappiamo della sua formazione se non che il suo indiscusso virtuosismo lo portò di corte in corte attraverso un Italia che ancor non c’era e che proprio per questo traboccava di sensualità e bellezza. Con le sue opere, contribuì in modo fondamentale a costruire quell’archetipo di un’Italia come patria del bello che, 600 anni dopo, con tanto impegno, in troppi cercano di sfregiare.
Polittico di Valle Romita, 1410/12.
Tempera su tavola. Dimensioni, 280 x 250 cm. Luogo, Pinacoteca di Brera, Milano. Destinato in origine all’eremo francescano di Valle Romita, il polittico si compone di cinque scomparti. Nel pannello centrale viene rappresentata l’Incoronazione della Vergine. Ispirata dai mosaici bizantini della basilica di San Marco, Gentile ritrae le figure su un fondale d’oro luminoso. Nei quattro pannelli laterali posiziona San Girolamo, San Francesco d’Assisi, San Domenico e una dolcissima Maddalena in pelliccia bianca e rossa su un elegante prato fiorito. Nei quattro pannelli superiori, colloca San Giovanni Battista, il Martirio di Pietro da Verona, un Santo francescano che legge e San Francesco.








