AlandJo

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Articoli marcati con tag ‘art design’

Le Roy

Le Roy è la singolare fusione trono / credenza creata da AL & JO per l’autunno / inverno 2011.

La parte centrale è composta da un’anta con unico ripiano interno e da una seduta.

Le ante laterali, ad apertura simmetrica, sono dotate di pomoli in vetro di Murano e si aprono su due ripiani interni.

Il top in ebano crea la seduta e i braccioli del trono mentre lo schienale e i frontali sono disegnati in resina.

dimensioni cm 210 x 145 x 65 – unique example

 

Sferzato dal vento cresco come gli alberi più belli

Alban Eiler, equinozio di primavera,

è necessità, pacificazione e risveglio

di un giorno e una notte lunghi uguale.

 

Alban Eiler by AL & JO

Mobile contenitore. Si compone di 2 cassetti e 3 ante.

Struttura d’appoggio con verniciatura “car frefinish”.

Ripiani in vetro. Pomoli in vetro di Murano.

Overpicturing tecnique and mixed media.

Dimensioni cm 107 x 187 x 37

Bottega artigiana contemporanea

 

When craft knowledge combines design in limited edition, it originates incomparable and functional works of art .

Unique objects which speak their own personality, artefacts that unveil the alluring side and cultural references of their owner.

In Al & Jo we make bespoke pieces of furniture and collections comprising a very limited number of exemplars.

Pieces which catch your eye and draw admiration, but at the same time are perfectly suitable to being used in everyday life.

They interpret the rare balance between beauty and functionality AL & JO  works  are among those privileges whose value come from their capacity to be significant.

 

Attorniati da masse soffocanti di consimili uniformi e annoiati, la ricerca della distinzione si fa necessità.

Dalla contaminazione tra vecchi saperi artigiani e visioni contemporanee, in AL & JO prendono forma oggetti trasmittenti valori che trascendono la loro funzione: sono mobili come pezzi unici, realizzati su commissione e collezioni in edizioni limitatissime.

Sono pezzi da ammirare e usare quotidianamente con naturalezza, che evidenziano in primis, la cifra seduttiva del committente e i suoi riferimenti culturali.

 

 

Vincenzo Chilone, l’ultimo vedutista.

Talmente povero da lavorare di già all’età di 10 anni, Vincenzo Chilone (Venezia, 1758 – 1839) divenne, nello svolgersi del suo iter lavorativo, intagliatore e successivamente pittore prospettico. Prosciugato nelle finanze da un numero abnorme di figli, lavorò a lungo come operaio scenografo durante gli ultimi anni della Serenissima. Nel mentre Parigi ribolle di febbre rivoluzionaria e Venezia slitta verso l’imminente fine, il guinzaglio corto del bisogno lo porta a Udine, di già vicino ai 40 anni, a lavorare come scenografo.

Ritornò a Venezia a 57 anni senza lavoro né “amicizie socialmente utili” per sotto-occuparsi a giornata per altri pittori facendo la fortuna dei mercanti. Nei suoi ultimi vent’anni approfondì la sua conoscenza delle tecniche di Canaletto. A 66 anni fu eletto membro della Imperial Regia Accademia di Belle Arti di Venezia come pittore prospettico. Tra le sue opere, come un capriccio, si fa notare una piazza S. Marco sommersa dall’acqua alta e attraversata dalle gondole e il ritorno dei cavalli di sentinella in cima San Marco (tolti da Napoleone nel 1797). Morì a Venezia a 81 anni, povero come era nato.

Paolo Veneziano. L’alba del mito

Paolo Veneziano (circa 1300-1365) è da considerarsi il capostipite della pittura veneta e uno dei primi artisti veneziani a lavorare come pittore di Stato.

La sua storia si intreccia in particolare con quella di Andrea Dandolo, giovanissimo Doge veneziano, primo Doge laureato, professore universitario di diritto e amico personale di Francesco Petrarca.

L’ancoraggio della città lagunare al mito di San Marco e la costruzione di una tipicità veneta, trova in Paolo Veneziano il suo primo cantore. La Serenissima primeggia nei commerci e nella diplomazia, stabilendo proficui e continuativi rapporti commerciali e culturali da Constantinopoli all’estremo oriente (Marco Polo, morto nel 1324, seguendo la via della seta, fu uno dei primi occidentali a spingersi fino in Cina).

Nonostante Giotto avesse operato a lungo nella vicina Padova, scarse sono le tracce di una sua influenza nell’opera dell’artista veneto. Il Veneziano crea un personalissimo stile che si sostanzia nella mirabile fusione tra influenze gotiche, temi bizantini, i colori luccicanti e i segreti costruttivi dei mosaici ravennati. In tal modo, per una città che vuole presentarsi non come una propaggine bizantina, bensì come potenza indipendente, lui principia l’alternativa veneziana al dominante segno di Giotto, ne delinea un’unicità stilistica irriducibile, un indirizzo artistico che si accompagnerà al secolare sviluppo della Repubblica di San Marco come uno tra i più importanti centri economici e artistici del mondo.

Paolo crea attraverso il  colore, ed è a lui che si deve il formarsi di un’arte veneziana. Tra le sue prime opere vi è il polittico con la Dormitio Virginis, del 1333, e la lunetta tombale del doge Francesco Dandolo, del 1339.

Nel corso degli anni le influenze gotiche  nei suoi dipinti divennero prominenti.

Poi, nel 1347, come nella Siena di Ambrogio Lorenzetti, anche Venezia subì l’abbraccio mortifero della peste. Attorno al 1300, quando in Europa solo Parigi poteva avvicinarsi ai 100.000 abitanti, Venezia, con tutta l’area lagunare,  superava abbondantemente i 120.000 abitanti. Nell’anno disgraziato del 1348 la peste decimò la popolazione veneziana: dall’autunno del 1347 alla primavera del 1348, il contagio ne portò con sé i tre quinti. Diversamente dalla città senese, per cui la peste segnò l’inizio del declino, e nonostante ci volessero due secoli perché il numero dei veneziani tornasse ad essere lo stesso del 1300, la peste nera non segnò la fine della repubblica lagunare. Analogamente, mentre a Siena il grande Lorenzetti moriva ucciso dalla peste, Paolo Veneziano sopravviveva al contagio, lontano da Venezia. Ritornato in città, nelle sue ultime opere, l’artista giunge ad una sintesi pittorica di grande effetto decorativo che, ancora una volta, corrisponde appieno alle tenaci aspirazioni politiche e auto-celebrative della Serenissima.

Paolo Veneziano, Vita di San Marco, 1345 – Basilica di San Marco, Venezia

Lo scheletro è uscito dall’armadio

AX’L è un armadio muy personal. Inserito nella collezione HI POP è tra le prime opere che segnano lo schizzato 2011 del duo AL & JO. Armadio dall’impronta work style, porta in dote uno specchio ad anta intera, ripiano e asta appendiabiti, ruote di bicicletta, maniglia, piedini d’appoggio cromati e un chiavistello da “rimorchio”. Lo spirito fuori dagli schemi del pezzo, gli consente, per paradosso, ampia libertà d’ambientazione. Di fatto, proprio grazie alla evidente singolarità, si affranca da motivazioni di tipo arredatore/utilitaristico e trova libero uso e giusta collocazione tanto nella zona giorno che nell’area notte o ufficio.

Derivato da una cassa per imballaggio opportunamente modificata, foderato internamente con una stampa dai motivi ornamentali classici che riecheggia la carta da parati, AX’L si presenta con una originale elaborazione elettronica racchiusa nel frontale dell’anta. L’immagine, resa in stampa digitale e protetta da un velo di resina, fonde diversi elementi che vanno da una vecchia riproduzione della “cabeza de toro” di Picasso a una radiografia toracica, a un disegno di “corpo umano” per uso didattico con relative didascalie. L’insieme appare come uno scheletro/appendiabiti formato da oggetti disparati che l’illusione prospettica mostra dentro la stessa cassa/armadio. Scheletro quindi esibito e non nascosto nell’armadio.

AX’L, pezzo unico, frontale cm 71, profondità cm 60, altezza cm 182. Collezione privata.

M 13, l’ominide che viene dallo spazio

Un enorme telescopio professionale piantato nel New Mexico a  2700 metri di altezza, un cielo più puro del prosecco millesimato, connessioni internet ad alta velocità, software per guida e foto in remoto. Stefano Padovan ha puntato in alto verso quella costellazione che forma un trapezio, ha puntato sul lato destro e ha iniziato a scattare. Distante dalla Terra di qualcosa come 25.000 anni luce, M 13 ha un’età di 13 miliardi di anni, un miliardo in più o in meno. M 13 è l’atro nome di Ammasso Globulare di Ercole oppure di NGC 6205. Evidentemente non bastava un nome solo per quello spettacolo. Del resto di M 13 si sono sempre occupati i migliori, Asimov ci scrisse sopra un romanzo e nel lontano 1974 fu proprio verso M13 che venne inviato un messaggio in codice di 1.679 bit nel tentativo di comunicare verso altri mondi. In Al & Jo abbiamo elaborato elettronicamente le immagini. La traccia ci ha guidato nella colorazione e nella rifinitura con resine a sbalzo. Il risultato è un monolite / contenitore vibrante a cui accedi tirando un pomolo scuro in vetro di murano. Realizzato in 10 esemplari, ognuno personalizzato in maniera diversa, ma sempre con anta a filo, nell’ultima versione ha cambiato le gambe in ferro a effetto rusty con gambe cromate che ne accentuano il profilo glamour.

Miky la fleur. Oriental mood.

Miky le fleur è un mobile contenitore in un pino nero spazzolato dalle forti venature. Il frontale è un’enorme gambo di fiore mosso dal vento, Un rilievo lucidissimo e materico si inerpica dal piedino anteriore sinistro per sbocciare nel frontale del pezzo. Il gesto pittorico ha creato dune rosse e nere, opache e brillanti. Interamente tinto a mano, Miky la Fleur ha il cappello costituito da un vassoio in legno massello a scomparti diversificati. Gli autori (AL & JO) hanno posto particolare attenzione, riuscendovi, a che la funzionalità d’uso non venisse comunque sacrificata all’elevata spinta estetica.
Misure: cm 45 x 125 x 102, overpicturing technique and mixed media.
Dagli antichi kimoni / degli aristocratici giapponesi amati / da Tolouse-Lautrec, Klimt e Mucha.
Luccichii dorati di broccati bizantini. / Gambo di fiore, ombra di farfalla. / Flair d’oriente.
Tra shantung e taffetà, / volgi lo sguardo dove sorge il sole.

Andromeda Movie

AndromedaIl pezzo si sviluppa a partire da uno scatto fotografico al telescopio, puntato su Andromeda, fatto da Stefano Padovan con la complicità dei 2700 metri d’altezza del New Mexico e il suo cielo trasparente.   Andromeda è un gigante. L’elaborazione elettronica fa perno su questa sconfinata galassia spirale a 2,5 milioni di anni luce da noi e ne accentua la rotazione. I mille miliardi di stelle che la compongono si trasformano, nel mobile, in luccichii che brillano in modo diverso a seconda dell’illuminazione e del nostro punto di osservazione. I colori si sciolgono in onde concentriche. Analogamente agli altri componenti della collezione è prodotto in soli 10 esemplari, ognuno personalizzato in maniera diversa. Struttura ed interni possono essere verniciati in tinta, ebano o palissandro.

Andromeda Movie è un mobile pensile ad uso porta-dvd o contenitore, composto di nove ante. Spessore ante 16,5 mm, limited production of 10 examples, dimensioni cm 95 x 25 x 68.

Cromie AL & JO 2010 – cartella 2