AlandJo

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Articoli marcati con tag ‘Al&Jo’

Sferzato dal vento cresco come gli alberi più belli

Alban Eiler, equinozio di primavera,

è necessità, pacificazione e risveglio

di un giorno e una notte lunghi uguale.

 

Alban Eiler by AL & JO

Mobile contenitore. Si compone di 2 cassetti e 3 ante.

Struttura d’appoggio con verniciatura “car finish”.

Ripiani in vetro. Pomoli in vetro di Murano.

Overpicturing tecnique and mixed media.

Dimensioni cm 107 x 187 x 37

Bottega artigiana contemporanea

 

When craft knowledge combines design in limited edition, it originates incomparable and functional works of art .

Unique objects which speak their own personality, artefacts that unveil the alluring side and cultural references of their owner.

In Al & Jo we make bespoke pieces of furniture and collections comprising a very limited number of exemplars.

Pieces which catch your eye and draw admiration, but at the same time are perfectly suitable to being used in everyday life.

They interpret the rare balance between beauty and functionality AL & JO  works  are among those privileges whose value come from their capacity to be significant.

 

Attorniati da masse soffocanti di consimili uniformi e annoiati, la ricerca della distinzione si fa necessità.

Dalla contaminazione tra vecchi saperi artigiani e visioni contemporanee, in AL & JO prendono forma oggetti trasmittenti valori che trascendono la loro funzione: sono mobili come pezzi unici, realizzati su commissione e collezioni in edizioni limitatissime.

Sono pezzi da ammirare e usare quotidianamente con naturalezza, che evidenziano in primis, la cifra seduttiva del committente e i suoi riferimenti culturali.

 

 

Vincenzo Chilone, l’ultimo vedutista.

Talmente povero da lavorare di già all’età di 10 anni, Vincenzo Chilone (Venezia, 1758 – 1839) divenne, nello svolgersi del suo iter lavorativo, intagliatore e successivamente pittore prospettico. Prosciugato nelle finanze da un numero abnorme di figli, lavorò a lungo come operaio scenografo durante gli ultimi anni della Serenissima. Nel mentre Parigi ribolle di febbre rivoluzionaria e Venezia slitta verso l’imminente fine, il guinzaglio corto del bisogno lo porta a Udine, di già vicino ai 40 anni, a lavorare come scenografo.

Ritornò a Venezia a 57 anni senza lavoro né “amicizie socialmente utili” per sotto-occuparsi a giornata per altri pittori facendo la fortuna dei mercanti. Nei suoi ultimi vent’anni approfondì la sua conoscenza delle tecniche di Canaletto. A 66 anni fu eletto membro della Imperial Regia Accademia di Belle Arti di Venezia come pittore prospettico. Tra le sue opere, come un capriccio, si fa notare una piazza S. Marco sommersa dall’acqua alta e attraversata dalle gondole e il ritorno dei cavalli di sentinella in cima San Marco (tolti da Napoleone nel 1797). Morì a Venezia a 81 anni, povero come era nato.

Classic Piet

 

Classic Piet è il mobile ad uso bar o contenitore di AL & JO, evidente tributo a una celebre opera di Piet Mondrian. Per Mondrian l’unico modo per giungere all’espressione della realtà pura era l’astrazione. La sua era la ricerca della realtà come costante, del perfetto equilibrio tra forma e spazio, nel tentativo di dare un senso ordinato, logico, lineare a una realtà che non ha senso.

Il pezzo, segue una precisa composizione di linee verticali e orizzontali.  Ne scaturiscono 4 ante e 4 cassetti di dimensioni diverse che determinano un insieme di armonia e funzionalità inatteso.

ps. Al & Jo è un network italiano che riunisce design, artisti e mobilieri ebanisti. A partire dal 2008, il network ha avviato una sistematica ricerca di soluzioni creative innovative e coerenti processi operativi per il sistema arredo. L’approdo è consistito nella realizzazione  di propri formulati a base di resina, totalmente liberi da solventi tossici e impiegabili nella realizzazione di mobili d’alta gamma.

Tutte le creazioni, in massima parte edizioni limitate e pezzi unici, non sono ingegnerizzabili in una produzione seriale ma al contrario, possiedono caratteristiche proprie dei prodotti di lusso a partire dall’eccellenza della realizzazione.

Ad un design che non sottrae l’oggetto alla sua funzione si sono così sommate le potenzialità artistiche di resine opportunamente modificate.

Il contrasto tra rigore costruttivo e pennellate d’autore, la solidità delle figure, la patinatura e colorazione manuale pezzo a pezzo, rappresentano la cifra stilistica AL & JO.

 

Gli arazzi bizzarri di Liselotte Höhs

Con l’autorizzazione di The Venice International Foundation e degli autori, pubblichiamo una serie di importanti articoli selezionati dalla fondazione stessa, nella raccolta ARTI DECORATIVE A VENEZIA, rassegna curata da Cinzia Boscolo.

DORETTA DAVANZO POLI

Il modo di raccontare pittorico di Liselotte Höhs, veneziana d’adozione, solo apparentemente semplice, in realtà molto concettuale, è sintesi geniale di uno stato d’animo, di un ricordo antico, di un sentimento improvviso. Pretesto ispirativo può essere un paesaggio esotico, uno scorcio folcloristico, un evento culturale, un’esperienza quotidiana, un prodotto commerciale, tutti gli animali sia familiari che allegorici. La tavolozza usata è vivace: colori decisi accostati in maniera insolita, spesso in contrasto originale. La resa è assolutamente libera, apparentemente istintiva, non imbrigliata da pastoie prospettiche né da regole pittoriche. Il procedimento seguito nella realizzazione di questi “arazzi bizzarri”, che Liselotte dice appreso in Ghana e nel Benin, è paragonabile a quello delle tarsie lignee o marmoree, definito “a commesso”. Si costruisce una composizione, anche molto complessa, accostando frammenti di forme e materiali diversi: su una o più superfici di fondo, supportate da un telo di sostegno, si vanno progressivamente aggiungendo, seguendo un determinato progetto grafico (qualche volta disegnato su cartone) le varie “toppe” policrome, precedentemente ritagliate, applicate con spilli e poi cucite con un semplice sopraggitto. I differenti frammenti tessili utilizzati, di dimensioni variabili, mai comuni o banali, ricavati da scampoli sempre preziosi, anche antichi o comunque tessuti su telai manuali storici (come i lampassi o i broccati di Bevilacqua o Rubelli), oppure stampati à pochoir (come i velluti o le sarge di Mariano Fortuny), sono suddivisi da Liselotte per soggetti: “cieli”, “tetti”, “prati”, “mari”, e così via.

Quando deve rafforzare il simbolismo di un elemento compositivo, utilizza anche schegge di merletti e di ricami, metalli, vetri, piccoli oggetti. Alcuni elementi del disegno, imbottiti con cotone o altro, producono curiosi effetti volumetrici, da bassorilievo, tradendo le origini austriache dell’artista: fin dal tardo medioevo infatti è tipica dell’ opus teutonicum, cioè del modo di ricamare delle antiche popolazioni germaniche, la consuetudine tradizionale all’imbottitura, che rendeva plasticamente tridimensionali le agopitture. Completata l’opera, solitamente di grandi dimensioni (150×170 cm), si procede alla rifinitura e alla decorazione dei bordi, nonché alla foderatura definitiva. Fino ad oggi Liselotte Höhs ha creato una cinquantina di “tarsie” tessili, che si possono definire anche “mosaici soffici”. Da qualche anno Liselotte ha iniziato a occuparsi di tappeti, realizzandone, con la collaborazione di maestranze tibetane, anche di enormi dimensioni, dai colori inconsueti, raffiguranti motivi ingigantiti tratti dal repertorio di Mariano Fortuny (con animaletti accoccolati negli angoli), oppure da fantasmagoriche rappresentazioni di Venezia, a metà strada tra realtà storica e visione onirica.


 

L’arte di far cassoni nuziali dipinti tra XV e XVI secolo

ANNA GIULIA VOLPATO

“Simiglierei le camere, la sala, la loggia, ed il giardino della stanza che abitate ad una sposa che aspetta il parentado che dee venire a darle la mano: e ben debbo io farlo; sì è ella forbita e attapezzita e splendente. Io per me non ci vengo mai, che non tema di calpestarla coi piedi: cotanta è la delicatezza de’ suoi pavimenti. Né so qual Principe abbi sì ricchi letti, sì rari quadri, e sì reali abbigliamenti” [Pietro Aretino, Lettere].

Con queste parole Aretino elogiava nel 1538 la casa in fondamenta del Gaffaro di Andrea Odoni. Visitata alcuni anni prima da Marcantonio Michiel, l’abitazione ospitava tra i vari oggetti d’arte “casse, lettiera e porte dipinte da Stefano, allievo di Tiziano”. Il tripudio di colori e d’immagini della casa veneziana del Rinascimento può essere dedotto grazie a documenti grafici e d’archivio: i mobili erano dipinti, le pareti vestite di panni, arazzi, spalliere istoriate e i tappeti scivolavano sopra gli arredi o si distendevano sotto i passi leggeri degli abitanti. La magnificenza degli interni era tale da rendere necessaria l’emanazione di norme finalizzate ad arginare lo sciupio vistoso dei ceti agiati: nel 1476 non potevano essere spesi più di 150 ducati per l’arredamento di ogni stanza e dal 1514 tre speciali Provveditori alle Pompe sorvegliavano il rispetto delle leggi. La cassa era il modulo fondamentale dell’arredamento veneziano ed erano sfruttate tutte le sue possibili fatture. Poteva essere costruita in noce, in abete, in pino, ornata con le armi della casata, dipinta in tinta unica, decorata con girali vegetali o istoriata; piccola o grande, poteva accogliere stoviglie, vestiti, tovaglie, cibo, libri, fungere da sedile, contenitore o sostegno di letti. Tra le innumerevoli tipologie e destinazioni della cassa, solo quella nuziale ha suscitato interesse tra gli storici dell’arte.

A Venezia i realizzatori di questi contenitori furono i “casselleri”, attivi a Santa Maria Formosa fin dal X secolo. I cassoni nuziali, commissionati in coppia in occasione di unioni per lo più patrizie, dovevano ospitare l’abbigliamento e i beni degli sposi. La loro funzione si spingeva oltre a quella del mero oggetto di arredamento: quando l’unione matrimoniale era tutto fuorché ratificata, il cassone portato in parata o esibito nel “portego” durante le celebrazioni, simboleggiava il vincolo sociale e testimoniava l’ingresso della donna nella casa del marito. I fronti dipinti con episodi tratti dalla letteratura classica e contemporanea, dalla Bibbia o dalla storia antica erano veicoli di moniti morali e servivano da compendio di educazione sentimentale per gli sposi. Sistemati in camera da letto, i cassoni ricordavano di rispettare la “virtus”, di combattere la “voluptas”, di vivere all’insegna del buon comportamento nell’equilibrio armonico.

L’esigua sopravvivenza di mobili integri è in parte complice del mistero che avvolge i cassoni veneziani dipinti: le tavole istoriate disperse nei musei sono quanto rimane degli arredi, il risultato dello smembramento operato nel corso dei secoli dai proprietari dei contenitori. Mutilazioni e ridipinture impediscono il più delle volte di comprendere l’identità  dei committenti, evidenziata nei mobili intonsi dalle araldiche delle famiglie congiunte raffigurate ai lati dell’arredo o in altri punti del cassone. Gli anonimi pannelli istoriati, creati dai pittori negli anni del loro apprendistato in bottega, subiscono ancor oggi le attribuzioni più disparate e persino dinamiche di produzione risultano oscure.

Dagli inventari della bottega di Apollonio di Giovanni e Marco del Buono Giamberti si apprende che negli anni tra il 1446 e il 1463, a Firenze, il prodotto terminato e pronto per la vendita era ceduto presso i laboratori dei pittori. A Venezia la pedante divisione delle professioni rende complessa la formulazione di ipotesi intorno alla creazione e alla vendita dei cassoni dipinti. Se a Firenze si attestano “felici” e frequenti invasioni di campo tra gli appartenenti alle Arti, in laguna sono numerose le cause intentate tra gli iscritti e depositate presso la Giustizia Vecchia.

Per la sua creazione, un cassone istoriato avrebbe avuto bisogno di almeno quattro figure professionali: un “casseler” per la costruzione del contenitore, un “depentor” per la raffigurazione delle storie dipinte, un “intaiador” per i rilievi decorativi, un indorador per la doratura degli ornamenti. Le interferenze tra mestieri erano immancabili: molti manufatti esigevano diverse attivitˆ artigianali che, secondo le leggi delle arti, non potevano essere condotte da una sola maestranza; gli intromessi nell’altrui mestiere erano punibili con un’ammenda monetaria. Le molte diatribe fecero capire a Provveditori e Giustizieri che il mantenimento della separazione delle mansioni, con riferimento alle attività di “intaiadori e dipintori”, era impossibile: nel 1459 permisero quindi ai due gruppi di esercitare entrambi i ruoli all’interno delle botteghe o in private commissioni. Agevolazioni e regolamentazioni meno ferree non bastarono a far cessare i contenziosi perpetrati da quanti vivevano nell’illegalità.

Dopo aver permesso, seppure sotto stretta vigilanza, la collaborazione tra alcune arti, insorse il problema della vendita degli oggetti. Per scongiurare nuove cause, nel 1542 si permise ai “casseleri” di far istoriare le loro casse da pittori regolarmente iscritti, ma al fine di commerciarle soltanto fuori dal territorio cittadino. Poco tempo dopo, sotto il controllo del gastaldo, fu concesso ai “casseleri” di vendere casse giˆ dipinte ai “dipintori” stessi che le avrebbero smerciate nelle loro botteghe. Il luogo deputato alla vendita poteva subire alcune eccezioni: dalla vita del Tintoretto stilata da Ridolfi, apprendiamo che i pittori di “minor fortuna” erano soliti mercanteggiare di Piazza San Marco, attività legale in questo luogo il sabato e concessa anche il mercoled“ a San Polo. Possiamo dunque immaginare che se qualcuno avesse voluto acquistare una cassa dipinta con una tinta unica o con una tonalità in grado di emulare un legno più nobile, il “casseler” non si sarebbe rivolto alla bottega di un pittore, ma avrebbe adempiuto all’umile mansione nel suo laboratorio. Intuiamo così la valenza della regola stabilita nel 1542 per la quale i “casseleri” potevano vendere una cassa già dipinta in tale modo alla bottega di un pittore che a sua volta terminava l’arredo con decorazioni più complesse e  traeva profitto dal lavoro completo. Se invece i “casseleri” commissionavano ai pittori una qualche decorazione, la cassa poteva essere commerciata da loro solo in territorio esterno alla città, al fine di non generare inutili competizioni.

Grazie alla norma del 1459 i rilievi potevano essere creati dai pittori, oppure dagli stessi “intaiadori”; essi lavoravano abitualmente nella decorazione delle cornici da specchio e allo stesso modo avrebbero potuto realizzare le dorature delle parti in gesso applicate in un secondo tempo agli arredi. La supposizione è rinforzata da una normativa dai Provveditori di Comun e dai Giustizieri Vecchi nel 1457 che ribadisce la netta separazione delle competenze degli artigiani e precisa l’esclusione dalla disposizione dei casseleri e delle donne addette alla doratura. In seguito a questa breve riflessione intorno alle normative delle Arti tra XV e XVI secolo pare corretto ritenere che anche le botteghe dei pittori veneziani fossero legittimate e tutelate nella vendita in città degli arredi dipinti. In questa ottica altrettanto chiara appare l’inclusione nel 1482 della figura del “casseler” all’interno della banca al fianco del “figurer”, del “cortiner” e del “dorador”: la collaborazione e la pari importanza dei quattro furono riconosciute in base a una reale necessità.

Il primo passo della genesi di un cassone dipinto avrebbe visto un anonimo pittore o un suo garzone recarsi in calle della Casselleria a Santa Maria Formosa per acquistare oppure ordinare un contenitore di legno. Dopo aver fatto trasportare il cassone alla bottega, l’anonimo pittore avrebbe preso le misure della parte da istoriare, avrebbe creato l’apposito supporto e iniziato la realizzazione del dipinto. Grazie alle numerose analisi di laboratorio compiute sulle tavole superstiti, apprendiamo che tra le metodologie che il pittore avrebbe potuto utilizzare per la decorazione potevano essere previste: la dipintura diretta su tavola, l’uso di disegni preparatori di repertorio, l’impiego della tecnica dello spolvero, la ripresa di modelli xilografici. Esemplari di questa pittura ancora tutta da scoprire sono le due tavole con la Storia di Alcione e Ceice, realizzate dalla bottega di Vittore Carpaccio e oggi divise tra la National Gallery di Londra e il Philadelphia Museum of Art.

Paolo Veneziano. L’alba del mito

Paolo Veneziano (circa 1300-1365) è da considerarsi il capostipite della pittura veneta e uno dei primi artisti veneziani a lavorare come pittore di Stato.

La sua storia si intreccia in particolare con quella di Andrea Dandolo, giovanissimo Doge veneziano, primo Doge laureato, professore universitario di diritto e amico personale di Francesco Petrarca.

L’ancoraggio della città lagunare al mito di San Marco e la costruzione di una tipicità veneta, trova in Paolo Veneziano il suo primo cantore. La Serenissima primeggia nei commerci e nella diplomazia, stabilendo proficui e continuativi rapporti commerciali e culturali da Constantinopoli all’estremo oriente (Marco Polo, morto nel 1324, seguendo la via della seta, fu uno dei primi occidentali a spingersi fino in Cina).

Nonostante Giotto avesse operato a lungo nella vicina Padova, scarse sono le tracce di una sua influenza nell’opera dell’artista veneto. Il Veneziano crea un personalissimo stile che si sostanzia nella mirabile fusione tra influenze gotiche, temi bizantini, i colori luccicanti e i segreti costruttivi dei mosaici ravennati. In tal modo, per una città che vuole presentarsi non come una propaggine bizantina, bensì come potenza indipendente, lui principia l’alternativa veneziana al dominante segno di Giotto, ne delinea un’unicità stilistica irriducibile, un indirizzo artistico che si accompagnerà al secolare sviluppo della Repubblica di San Marco come uno tra i più importanti centri economici e artistici del mondo.

Paolo crea attraverso il  colore, ed è a lui che si deve il formarsi di un’arte veneziana. Tra le sue prime opere vi è il polittico con la Dormitio Virginis, del 1333, e la lunetta tombale del doge Francesco Dandolo, del 1339.

Nel corso degli anni le influenze gotiche  nei suoi dipinti divennero prominenti.

Poi, nel 1347, come nella Siena di Ambrogio Lorenzetti, anche Venezia subì l’abbraccio mortifero della peste. Attorno al 1300, quando in Europa solo Parigi poteva avvicinarsi ai 100.000 abitanti, Venezia, con tutta l’area lagunare,  superava abbondantemente i 120.000 abitanti. Nell’anno disgraziato del 1348 la peste decimò la popolazione veneziana: dall’autunno del 1347 alla primavera del 1348, il contagio ne portò con sé i tre quinti. Diversamente dalla città senese, per cui la peste segnò l’inizio del declino, e nonostante ci volessero due secoli perché il numero dei veneziani tornasse ad essere lo stesso del 1300, la peste nera non segnò la fine della repubblica lagunare. Analogamente, mentre a Siena il grande Lorenzetti moriva ucciso dalla peste, Paolo Veneziano sopravviveva al contagio, lontano da Venezia. Ritornato in città, nelle sue ultime opere, l’artista giunge ad una sintesi pittorica di grande effetto decorativo che, ancora una volta, corrisponde appieno alle tenaci aspirazioni politiche e auto-celebrative della Serenissima.

Paolo Veneziano, Vita di San Marco, 1345 – Basilica di San Marco, Venezia

Café del Mar, personal experience

AL & JO spring summer collection 2011

- modello Mimesi - nome Café del Mar

- rifinitura esterna con resina stesa a sbalzo - interni in teak - pomoli in vetro di Murano - gambe in acciaio cromato - overpicturing and mixed media - unique example - dimensions cm 50 x 250 x 50 – cm 100 x 100 x 34 - collezione privata

Wall covering: le boiseries moderne

cascateL’azienda francese Okhyo ha creato delle particolari piastrelle capaci di rendere unici, nel vero senso della parola, gli ambienti. Il wall covering sia grazie alla stampa digitale su piastrelle e anche grazie alle boiseries sta acquisendo sempre più interesse tra gli utenti come concept di design e come modelloal & Jo boiseries decorativo d’interni. Le boiseries sono straordinarie per decorare qualunque ambiente della casa ed hanno la capacità di rendere surreale le pareti. Ad esempio nella foto a destra un progetto di riqualificazione di un bagno per una casa privata fatto con pannelli boiserie  AL & JO di 3 metri di larghezza per 2 di altezza, trattata con resina extra lucida e decorata ad effetto coccodrillo nei toni del marrone scuro, fa da sfondo alla consolle Obsidian – cm 78 x 50 x 160 – che ospita il lavandino.
Che ne pensate ?

Bretz dalle passerelle ai divani

grp_kautschQuando si ricerca l’oggetto d’arte capace di unire arte e tradizione, senza tralasciare il design innovativo delle forme e senza dimenticare che i colori hanno un ruolo fondamentale nella percezione d’insieme allora si sta parlando di Bretz.
L’anticonformismo di questa azienda che produce divani con una manifattura impeccabile sia dalle forme classiche che in stile barocco si ispira alle passerelle di tutto il mondo.

Lo stile dei divani non rinuncia al comfort e alla qualità dei materiali come: velluto o pelle, e impreziositi da cristalli Swarovski, con cuscini coordinati, scelti all’interno di una vasta gamma di tessuti e colori per i rivestimenti.
Esistono 340 tipi di fodere che spaziano dalle tinte unite nei toni soft come il crema, il beige o il cappuccino, e altri più accesi come il turchese o l’arancio, oppure fantasie zebrate o floreali argentate o con rose rosse, solo per citarne alcune.