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Paolo Stefanato – Mariano Fortuny, l’artista-industriale che rivive nei suoi tessuti

Con l’autorizzazione di The Venice International Foundation e degli autori, pubblichiamo una serie di importanti articoli selezionati dalla fondazione stessa, nella raccolta ARTI DECORATIVE A VENEZIA, rassegna curata da Cinzia Boscolo.

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I tessuti Fortuny sono più celebri negli Stati Uniti che in Italia, dove – a Venezia – si fabbricano. Sono tele di cotone splendidamente decorate con colori antichi, ori, argenti, in disegni arabescati che rimandano alla grande tradizione del Settecento veneziano, del Rinascimento fiorentino e delle manifatture orientali; sono stoffe morbide ma corpose, la mano sente i rilievi della stampa e l’occhio gode della ripetitività mai uguale dei motivi che si stagliano su fondi dalle sfumature cangianti. La loro bellezza per molti è quasi leggendaria e capita che qualche americano un po’ troppo sensibile arrivi nella fabbrica e nella sala dell’esposizione dia segni di svenimento, colpito da una variante tessile della sindrome di Stendhal. Sono tele utilizzate per la decorazione d’interni e arredano le dimore di molte celebrità e case reali, negli Stati Uniti sono un status symbol e lo show room sulla Terza avenue, a New York, ha da poco triplicato i suoi spazi: il vero lusso non soffre crisi.

La proprietà, da oltre cinquant’anni, è americana, ma la fabbrica continua il suo lavoro con i pacifici ritmi veneziani, affacciata al Canale della Giudecca, nell’antica isola industriale della laguna, proprio a fianco del Molino Stucky. Tutto è rimasto fermo agli anni Venti, quando i vecchi laboratori furono spostati qui per avviare la produzione in serie: stessi locali, stesse macchine, stessi stampi, stessi prodotti di allora. Il computer è entrato negli uffici nel 2002, e resta confinato alla contabilità. Il processo è filtrato da una nebbia di mistero: nessuno ha accesso allo stabilimento, se non gli addetti. Le ricette sono note a quattro persone, ciascuno per il proprio segmento di lavoro: se un giorno mancassero contemporaneamente, i rulli di stampa resterebbero immobili e si dovrebbe ricorrere ai documenti depositati in cassaforte. Segreti gli ingredienti – pigmenti, colle, fissanti, tutto naturale; segreto il metodo, elaborato da Mariano Fortuny, che viene realizzato attraverso macchine da lui stesso concepite e rimaste intatte. Anche il macinino con cui si polverizza lo zinco è sempre lo stesso esemplare, come sono immutati gli immensi stendini in legno che permettono a una pezza lunga 120 metri e larga uno e mezzo, di asciugare all’aria, stesa per due, tre giorni: quando in tutte le fabbriche del mondo da decenni si usano gli essicatori. Questa è produzione in serie, ma mai uguale; lo stesso colore, codificato in catalogo, se usato in giorni diversi appare diverso, perché la temperatura e l’umidità dell’aria incidono sul risultato e rendono le tinte più morbide o brillanti. Qualcosa di simile si può riscontrare forse solo nelle fabbriche di porcellana d’arte, dove l’uscita dei manufatti dal forno è sempre un’incognita. Finita l’asciugatura, poi, c’è l’intervento finale: teoricamente è un controllo di qualità, di fatto è un nuovo passaggio a mano, con pennelli e strumenti adatti, per ritoccare i disegni e rinvigorirli là dove manca freschezza. Dall’inzio della produzione di una tela – si tratta di cotone egiziano a fibra lunga di ottima qualità – alla sua conclusione si succedono decine di passaggi e trascorrono in tutto, tra lavorazioni e stasi di riposo, tre, quattro mesi. Il risultato è sempre un pezzo unico, come la prova d’autore di un’acquaforte: possedere un tessuto Fortuny – diventi esso un tendaggio, una tappezzeria, un copriletto – significa possedere un’opera d’arte autentica e, in qualche modo, irripetibile.

Lo capì perfettamente una grintosa donna americana, Elsie McNeill, che conobbe Mariano Fortuny e i suoi tessuti negli anni Trenta, nel negozio che egli aveva aperto sugli Champs Elisées, a Parigi. Ottenne di rappresentarlo negli Stati Uniti, dove si rivelò una manager efficiente facendo penetrare quelle squisitezze italiane nelle case del bel mondo, dall’Atlantico al Pacifico, da Washington a Hollywood. La sua era vera passione, ma sostenuta da eccellenti abilità di vendita. Negli anni Cinquanta fu l’erede naturale della fabbrica e dei suoi segreti, e lei stessa – morta nel 1994 più che centenaria e senza figli – scelse accuratamente il proprio successore non tra quanti premevano per appropriarsi della società, a suon di milioni, ma nel proprio avvocato, Maged Riad, un egiziano naturalizzato negli Stati Uniti, che in tanti anni di relazione di fiducia le aveva dimostrato di esserne degno: uno dei pochi casi al mondo di stabilimento ceduto non per soldi, ma per merito. E non una, ma due volte. I patti che reggono l’impresa sono tuttora “da gentiluomini”: la produzione sarà continuata con la massima fedeltà ai metodi del fondatore, con le stesse macchine e le stesse ricette, e mai sarà trasferita da Venezia.

Lo si sarà capito: questa è molto di più di una fabbrica. E’ l’essenza stessa, il momento di sintesi, della personalità versatile di un artista di fama europea, che in questi tessuti espresse il suo gusto per l’arte, le sue capacità tecniche, la sua cultura storica, le sue abilità manuali: Mariano Fortuny y Madrazo, appunto, che si pronuncia con l’accenta sulla u, Fortùny, perché spagnolo di nascita. Fu pittore, inventore, fotografo, creatore di moda, disegnatore di mobili e di lampade. Fu, non a caso, amico e socio di Gabriele D’Annunzio, con il quale condivise il gusto eclettico e il piacere di un’esistenza estetizzante. In vita, fu celebre soprattutto per un sistema di illuminazione a cupola capace di simulare la volta celeste nella scena dei teatri, una sua invenzione industrializzata dalla tedesca Aeg, che fu installata nelle principali città europee.

Come pittore fu un eclettico dalle abilità virtuosistiche, partecipò regolarmente alle Biennali e brevettò una sua ricetta di colori a tempera; fu un designer ante litteram, incisore e acquafortista; come fotografo, raffinatissimo nel gusto, sperimentò nuove alchimie di stampa, come stilista fu conteso da donne del jet set come Eleonora Duse, la marchesa Rothschild, Isadora Duncan. Fu una griffe del tempo, e i suoi abiti richiesti tra il vecchio e il nuovo continente. Si fosse concentrato sulla haute couture, si fosse circondato di uomini d’affari capaci di estrarre dalla sua genialità il lato imprenditoriale, avrebbe conquistato la fama di un Louis Vuitton o di un Christian Dior. Invece, anche nel successo, restò sempre uno straordinario artigiano, “vittima” delle sue curiosità e della sua smodata attrazione per la ricerca.

La sua storia è una bellissima avventura intellettuale nella cultura europea a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento. Nacque nel 1871, a Granada, e solo tre anni dopo morì improvvisamente suo padre, Mariano come lui, pittore all’apice della fama. Da Roma, dove viveva, la famiglia si trasferì a Parigi. Anche il nonno materno, Federico de Madrazo, era pittore alla corte reale di Spagna, e fin da bambino il giovane Mariano frequentò, per studio o per amicizia, i più bei nomi della cultura di quegli anni, da Benjamin Constant, ad Auguste Rodin, a Giovanni Boldini. Adolescente, con la madre e la sorella si trasferì a Venezia, la città più ricca di suggerimenti artistici nel mondo. Prima a Palazzo Martinengo, poi a Ca’ Pesaro degli Orfei, oggi Palazzo Fortuny, museo a lui dedicato: vi arrivò diciottenne nelle soffitte, enormi spazi nei quali poteva largheggiare in esperimenti, poi via via acquistò tutte le proprietà dai 150 residenti, e restaurò la ricca dimora com’era stata nel Settecento. Mariano morì nel 1949, e la vedova Henriette Negrin, che gli sopravvisse sette anni, dopo il rifiuto dello Stato spagnolo, donò lo storico edificio al Comune di Venezia, vincolandolo al nome del marito. Fu lei, priva di eredi, a scegliere Elsie Mc Neill come prosecutrice dell’attività della fabbrica.

Proprio nelle grandi soffitte Mariano avviò le prime decorazioni dei tessuti: l’ispirazione venne dalla collezione della madre, che questa dovette vendere in un momento di difficoltà economiche. Si fa risalire al 1907 la messa a punto dei metodi di stampa; il successo crebbe e nel 1921 fu aperta l’attuale fabbrica alla Giudecca; socio di capitali fu Giancarlo Stucky, allora titolare del celebre mulino confinante. L’attività si sviluppò con successo, frenata soltanto dall’onda lunga della crisi del 1929. Elsie Mc Neill, che la rilanciò pensando al mercato americano, si fece costruire un appartamento a fianco dello stabilimento, sposò un conte veneziano per acquisire un blasone e si dedicò, fino alla fine, a una intelligente opera di valorizzazione, tra arte e business.

Oggi l’azienda è condotta da un giovane general manager, Giuseppe Iannò, qui dal 2007, fedele appassionato della tradizione che ha tra le mani; i suoi riferimenti sono Michael e Maurice Riad, i due figli dell’avvocato Maged. In termini economici non si tratta di grandi numeri: il valore al pubblico della produzione si calcola inorno ai 7-8 milioni di euro, all’incirca 20mila metri di stoffa all’anno, 26 dipendenti che presto diventeranno 28. Il principale cliente della Fortuny spa di Venezia è la Fortuny inc. di New York, la società commerciale della stessa famiglia, che poi diffonde il prodotto attraverso agenti in tutto il mondo: i profitti si formano soprattutto lì, Oltreoceano. “Credo di essere l’unico manager in Europa a non avere obiettivi di vendita, perché i proprietari non me lo chiedono” scherza Iannò. “Il mio compito è quello di mantenere altissima la qualità del prodotto e di difendere l’azienda dalle copie”. In realtà di emulatori-falsari ne esistono numerosi, ed è uno dei motivi per cui dei tessuti Fortuny non è mai stato pubblicato un catalogo: “Basta variare un dettaglio, e si eludono le protezioni” spiega Iannò. “Le nostre referenze sono 60 in tutto. L’archivio è fatto di 200 disegni originali, moltissimi sono inediti e li mettiamo in produzione con parsimonia; una ventina risalgono al Ventennio, con decorazioni di aquile e fasci littori”. I nomi dei modelli rendono l’idea del mondo classico e un po’ onirico al quale appartengono: De’ Medici, Lucrezia, Boucher, Malmaison, Vivaldi, Caravaggio…

Intanto si vanno estendendo le relazioni della società con collezioni pubbliche e private, specie negli Stati Uniti e in Spagna, anche con scopi semplicemente culturali, e non di business. E in Spagna e in Italia, i Paesi di nascita e di adozione,  si dedicano mostre a Mariano Fortuny e al suo genio versatile. Occasioni per approfondire la conoscenza di questo strano artista-inventore-industriale, che aveva l’animo ancorato alle radici della bellezza e la mente assediata dal mito del progresso.

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