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Oggi come allora. La tessitura delle stoffe operate – 1a parte

Con l’autorizzazione di The Venice International Foundation e degli autori, pubblichiamo una serie di importanti articoli selezionati dalla fondazione stessa, nella raccolta ARTI DECORATIVE A VENEZIA, rassegna curata da Cinzia Boscolo.

DORETTA DAVANZO POLI

Erano centinaia le tessiture per stoffe operate esistenti ancora in città nel 1792 poi drasticamente ridotte con la caduta della Serenissima nel 1797 e con la chiusura forzata delle Corporazioni di Arti e Mestieri imposta da Napoleone nel 1806. Se nel 1831 ne sopravvivono soltanto nove, nella seconda metà dell’Ottocento non ne restano che due: sono le medesime tuttora attive – che presentiamo in rigoroso ordine alfabetico – gloria e vanto della Venezia artigiana di oggi.

LA TESSITURA BEVILACQUA

Attiva a Venezia nel sestiere di Santa Croce al civico 1320 e riconosciuta dall’Unesco come Patrimonio dell’Umanità, vanta un’invidiabile tradizione plurisecolare, attestata dalla presenza fin dal 1499 di un antenato, certo Ser Iacomo Bevilacqua tra i sette Zudezi di Provedadori (alti funzionari-tessitori della magistratura di controllo del Veneto Setificio) che in tale anno, appunto, commissionano a Giovanni Mansueti, grande pittore del Rinascimento veneziano, allievo dei più celebri Gentile Bellini e Vittore Carpaccio, la pala devozionale con L’arresto di San Marco per l’altare della Confraternita dei Tessitori di seta nella chiesa di Santa Maria dei Crociferi, oggi Gesuiti. I sette nomi dei provveditori preposti all’epoca compaiono, assieme a firma dell’autore e data, nel cartiglio in basso, al centro della tela stessa, oggi conservata alla Liechtenstein Gallery di Vienna. Lo storico opificio, ritornato fin dal 1875 all’antico splendore, dopo un periodo di rovinosa decadenza di tutte le Arti provocata dalla chiusura delle Corporazioni nel 1816 a opera di Napoleone, diventerà tra fine Ottocento e prima metà del Novecento, una delle industrie vanto di Venezia, proseguendo nella produzione di velluti su antichi telai al tiro secondo le regole e con la qualità della Serenissima. La peculiarità più importante di tale prestigiosa manifattura veneziana, a cui nel 2004 è stata dedicata una indimenticabile esposizione in sala del Piovego a Palazzo Ducale, è quella di proseguire, con notevoli sacrifici imprenditoriali, sulla strada delle riproduzioni storiche, realizzate con quelle medesime tecniche così severamente regolamentate dalle mitiche legislazioni marciane. Pur proponendo anche decori contemporanei e innovativi, la Bevilacqua è in grado di ottenere velluti e broccati paragonabili a quelli dell’Antico Regime. Il merito va dato ad Alberto e Rodolfo Bevilacqua e, in particolare per i recuperi tecnico-artistici, al giovane Emanuele Bevilacqua, figlio di Mario, che analizzando antichi campioni, studiandone la costruzione in dettaglio su originali telai al tiro, forgiando personalmente all’occorrenza pezzi non più rintracciabili sul mercato, segando e limando, provando e riprovando gli ordimenti su complicatissimi marchingegni meccanici, è riuscito a tessere un velluto soprarizzo, considerato virtuosistico perfino dalle tessitorie di metà Ottocento. Si tratta del velluto detto delle “sfingi”, su cui si misurarono le più importanti ditte del settore serico ottocentesco, come la Tassinari & Chatel di Lyon, nel 1873 circa e poi la Prelle di Parigi. Il disegno, a tutto campo, di grande impianto modulare (67×144), di chiara ispirazione barocca, evidenziato grazie a sfumature della stessa tonalità che sembrano differire per la diversa rifrazione della luce sul vello tagliato e riccio, rappresenta, all’interno dello svolgersi speculare di tralci vegetali e serti fioriti, un motivo a grottesche costituito da figure femminili alate sostenenti un sipario drappeggiato alternato, in alzata, a mensola architettonica con sfingi e coppa di fiori. Originariamente a due corpi rosso cupo e rosa, ma anche verde e ocra, su fondo in raso da otto slegature avorio, oggi viene riproposto in questa seconda variante. La voglia di riprenderne la lavorazione è scattata grazie a un importante committente russo, che si è presentato con un frammento ottocentesco staccato dalle pareti di una prestigiosa sede governativa, chiedendone il rifacimento identico, per un considerevole metraggio. La prova richiesta (e superata) è consistita nella realizzazione dell’armatura raso del fondo, tutta in seta color avorio, con organzino (titolo 20-22, a tre capi) in ordito, sei filati per bobina. Ma il problema maggiore ha riguardato l’opera in velluto soprarizzo, in quanto in fabbrica non esisteva un telaio in grado di produrla: da decenni i telai in funzione si avvalevano di c a n t r e (cassettiere) contenenti da 400 a 800 bobine per altrettanti fili di ordito (per la formazione del vello), mentre per produrre quella tipologia ne servivano almeno 1600. Scelti dal committente stesso i fizuoli, i campioncini di ordito di “pelo”, Emanuele Bevilacqua inizia in giugno del 2010 ad approntare un telaio, operandovi le necessarie modifiche: aumentate le dimensioni della cantra sia in lunghezza (da 1,50 a 2,90 metri) sia in larghezza, affinché potesse contenere 12+12 bobine (comunque accorciate, invece delle consuete 10+10) per ciascuno degli oltre sessanta ranghi, è poi necessario trovare un pettine più grande e soprattutto bisogna modificare la macchina Jacquard, nonché fortificare il “castello” che la regge. Trovata una macchina “Vincenzi da 1760-1600”, con mollette di ottone ancora sufficientemente elastiche per spingere gli arpini che accompagnano gli aghi, tuttavia il cilindro che doveva trascinare le schede del disegno, risulta leggermente imberlato e dunque inservibile. In tessitoria viene reperito un altro cilindro superstite, più lungo, che verrà opportunamente limato alle estremità fino ad adattarsi alla “nuova” macchina e collegato ai cartoni del disegno (recuperato in parte dall’archivio storico della ditta e riadattato ex novo allo scopo) che, per le grandi dimensioni modulari dello stesso, sono tanto numerosi da fuoriuscire dal perimetro del telaio. Per questa ragione e per il loro peso di oltre quaranta chili, sarà necessaria un’ulteriore fortificazione lignea di sicurezza. I ferri esistenti, sia tubolari che scanalati, per fortuna, anche se per pochi millimetri, possono essere utilizzati. Dunque passati tutti i filati di “pelo” entro maglioni e pettine, si inizia a tessere… Ma la grande struttura non risponde ai comandi: si imbroglia, s’inceppa, riprende, si blocca. Bisognerà insistere lungamente per convincere il telaio a mettersi in moto, con testardaggine e pazienza, lubrificando perfino i fili, accompagnandone millimetro per millimetro il movimento, in un lavoro di équipe capitanata da Emanuele e formata da quattro tessitrici: Ilaria, Gloria, Silvia e Carlotta. A quest’ultima, più forte e decisa, sarà poi affidata la tessitura: il 4 agosto, circa due mesi dopo l’inizio dell’avventura, il telaio finalmente si avvia trovando il suo ritmo e procedendo in maniera continuativa. Quel giorno nascono i primi dieci centimetri di stoffa, una meraviglia commovente di vero artigianato artistico veneziano, richiedente una competenza tale in tutte le fasi, da non essere improvvisabile e dunque molto difficilmente imitabile, neppure dalle migliori maestranze orientali. Per concludere, vale la pena ricordare che nel 2010 la tessitura Bevilacqua è stata scelta (assieme a nove aziende di altri settori) da Regione, Confindustria e Confartigianato del Veneto per “150 anni di vita”, per secoli di esperienza, di produzione, di sviluppo individuale e collettivo, di lavoro, “dando un apporto considerevole nel processo verso la modernità”. È inoltre in corso l’iscrizione al Registro delle Imprese Storiche di Venezia.

 

 

 

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