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Il collezionista “seriale”: Vittorio Peruzzi

Il Collezionismo? Roba da ricchi… niente di più falso. Lasciate perdere i numeri di un mercato che spesso ci racconta un’altra storia rispetto a quella del più sincero atto d’amore per l’arte; che parla di acquisti fatti per puro investimento, di speculazione e prezzi gonfiati. Il collezionismo, quello vero, è un’altra cosa. E se per mettere insieme una raccolta significativa di opere uniche dei più importanti e storicizzati maestri del contemporaneo è certamente necessario un budget di tutto rispetto, il mercato offre anche l’opportunità di mettere insieme delle collezioni di assoluto pregio per cifre decisamente più contenute. Questo a patto, ovviamente, di saper scegliere e di essere ben preparati in materia. E di storie che confermano tutto ciò ce ne sono molte sia all’estero che in Italia. Una per tutte quella di Vittorio Peruzzi, ingegnere milanese da sempre animato da un grande amore per l’arte contemporanea, che in oltre un trentennio è  riuscito, con passione, studio e dedizione, a dare vita alla più importante collezione del nostro Paese di litografie, serigrafie, acqueforti, incisioni, grafica, multipli e stampe originali di arte italiana contemporanea.Collezione da Tiffany lo ha incontrato nel suo appartamento milanese per farsi raccontare come è nata la sua avventura di “collezionista seriale”.

Nicola Maggi: Il suo amore per l’arte è un qualcosa che viene da lontano. Ci racconta i suoi primi passi in questo mondo?

Vittorio Peruzzi: «La passione per l’arte è un elemento presente in me fin da bambino: mi ricordo vividamente le prime visite agli Uffizi, accompagnato da mio padre (da Milano ci recavamo periodicamente a Firenze per far visita a mio nonno). I libri d’arte che mio padre riceveva come strenne natalizie venivano continuamente sfogliati per ammirarne le immagini e hanno accompagnato le classiche letture da bambino. Il primo impatto emozionante e coinvolgente con l’arte contemporanea, mi ricordo, avvenne da ragazzino guardando sulla rivista Pirelli il servizio fotografico su Lucio Fontana al lavoro nel suo studio di Corso Monforte realizzato da Ugo Mulas: quell’omino con i baffetti, vestito da impiegato, assorto davanti alla grande tela bianca che veniva poi squartata con un unico gesto deciso mi colpì enormemente nella sua sintesi totalizzante e definitiva».

N.M.: Come è diventato un collezionista di opere multiple?

V.P.: «La scelta di collezionare opere seriali è stata determinata, molto banalmente,  dalle mie disponibilità  economiche: l’impossibilità di collezionare opere uniche di grandi artisti. Certo, l’alternativa avrebbe potuto essere quella di dedicarmi ai giovani artisti, oppure di comperare nel tempo due o tre pezzi unici, piccoli, molto piccoli, di qualche grande artista. Il desiderio di poter avere in casa le opere di artisti internazionalmente riconosciuti (i miei eroi adolescenziali) che mi emozionassero e il piacere di poter acquistare con continuità, frequentando le aste, le gallerie, i mercanti e altri collezionisti, maturando i miei gusti e orientando le mie scelte per sviluppare un progetto organico di collezione, hanno determinato la decisione di dedicarmi alle opere seriali dell’arte contemporanea italiana».

N.M.: Iniziata alla fine degli anni Settanta, oggi la sua raccolta conta oltre 200 opere. Ci racconta come si è costituita nel tempo e con quali obiettivi?

V.P.: «Quando ho iniziato ad acquistare, alla fine degli anni ‘70, le scelte erano molto eclettiche e legate principalmente al mio gusto del momento e all’occasione che mi si presentava. Lo sviluppare il mio progetto di collezione sugli artisti italiani informali, poveri e concettuali, selezionando le loro opere di maggior qualità, è stata una scelta maturata nel tempo e legata alla mia crescita culturale e all’evoluzione del mio gusto sviluppatisi con la frequentazione dei  maggiori musei d’arte moderna e contemporanea del mondo (sia per lavoro che per diletto viaggio molto), delle gallerie e delle mostre, con lo studio, unitamente al desiderio di contribuire, seppur modestamente, a valorizzare la nostra arte contemporanea più significativa. Poi, come descritto da Warburg, subentra l’identificazione del collezionista con la sua collezione, come testimonianza complessiva del suo passaggio sulla terra: chi colleziona operando le proprie scelte sulla base del progressivo svilupparsi delle proprie convinzioni e maturazioni culturali – non mi riferisco quindi al collezionista che opera nella mera ottica dell’ investimento finanziario o che fa scegliere da terzi le opere da acquistare  -  considera effettivamente la collezione come la sua “opera” al punto di preoccuparsi che dopo la propria morte essa rimanga integra, fruibile ed associata alla sua memoria».

N.M.: Quello delle opere multiple, all’interno del mercato dell’arte contemporanea, è ancora un segmento di nicchia nel nostro Paese. Eppure vantiamo una grande tradizione in questo settore artistico…

V.P.: «Il collezionismo dell’arte seriale, nei paesi guida del mercato dell’ arte contemporanea come gli Stati Uniti, la Germania, la Svizzera, l’Inghilterra, la Francia, è un settore in permanente sviluppo. In Italia è in continua contrazione e sconta, oltre l’impatto particolare della crisi economica sul nostro paese, un pregiudizio purtroppo alimentato anche dalle pratiche scorrette di molti operatori: che l’opera moltiplicata abbia un valore culturale infimo rispetto all’opera singola, di cui viene considerata al livello di una riproduzione. Il collezionismo in Italia dovrebbe scoprire che, quando le opere sono state effettivamente concepite per essere multiple e realizzate dall’ artista per essere tali, la validità di questi lavori è spesso comparabile a quella delle sue opere uniche (i lavori seriali di Fontana , Burri e Afro realizzati con la 2RC insegnano, per non citare Morandi, Marini, Chagall, Mirò, Picasso, Bacon, Tàpies, Chillida, Beuys, Richter): questo permetterebbe di attivare un circolo virtuoso tra domanda di mercato e produzione artistica seriale. Da qui lo sforzo di divulgazione e comunicazione della Collezione Peruzzi per lo sviluppo di un collezionismo di opere moltiplicate di qualità, che io amo definire “democratico” per la sua maggiore possibilità di diffusione ed accessibilità rispetto a quello delle opere singole».

N.M.: Quali difficoltà incontra nell’azione di divulgazione e promozione che svolge ?

V.P.: «La prima difficoltà, ovviamente, è di carattere economico. La Collezione Peruzzi è un’entità privata che non ha alcun sovvenzionamento ed alcun introito: l’attività di divulgazione, approfondimento e sostegno all’arte contemporanea italiana nel suo modo moltiplicato è integralmente finanziata con il bilancio familiare e le iniziative sono fruibili gratuitamente. Solo per le pubblicazioni viene richiesto il costo della stampa e della distribuzione, le uniche attività che non sono svolte direttamente dallaCollezione. La nostra proposta di collaborazione ad altri operatori culturali ed alle istituzioni per iniziative comuni è sempre fondata sull’assunzione che il prestito delle opere e le attività dirette svolte dallaCollezione sono a titolo completamente gratuito. Su questa base, ad esempio, stiamo proponendo ad alcune istituzioni pubbliche una mostra dal titolo “Alberto Burri e Lucio Fontana: l’urlo della carta” per approfondire anche nel campo della produzione seriale il raffronto tra questi nostri due giganti dell’ informale internazionale».

N.M.: Con quali criteri sceglie le opere e gli artisti da inserire nella sua collezione?

V.P.: «Gli artisti sono selezionati sulla base della loro effettiva riconoscibilità internazionale e dell’organicità all’area di appartenenza, in modo da soddisfare il progetto di collezione che sto cercando di realizzare: rappresentare in modo esaustivo i movimenti e gli artisti italiani che si pongono ai massimi livelli per originalità e capacità propositiva rispetto al panorama delle avanguardie internazionali della seconda metà del Novecento. Certo, la scelta è inevitabilmente connotata di caratteri soggettivi: per esempio, mancano dalla Collezione movimenti e artisti importanti come la Scuola Romana e la Transavanguardia che non amo e ritengo sopravvalutati. La scelta dei lavori da acquistare dipende dalla produzione dell’artista: ci sono artisti che hanno realizzato un vasto numero di opere e altri che si sono dedicati poco all’arte moltiplicata. In ogni caso, cerco di selezionare i migliori risultati raggiunti dall’autore, privilegiando quelli ove la tecnica esecutiva ha introdotto elementi di novità rispetto ai tradizionali modi della stampa originale. Un elemento rimane comunque essenziale per la scelta: l’opera mi deve piacere e, soprattutto, emozionare altrimenti, a dispetto della sua particolarità, rappresentatività dell’artista, tecnica esecutiva innovativa, rarità, fama, conservazione, buon prezzo, non la acquisto. Questo perché, al fondo, al di là del progetto di collezione, io acquisto opere d’arte per vedermi circondato da cose che mi piacciono e continuamente mi suggestionano».

N.M.: Come si valuta la validità di un’opera seriale e il suo ruolo all’interno della carriera di un artista?

V.P.: «Senza dubbio l’arte contemporanea ha definitivamente scardinato le forme tradizionali dell’opera d’arte e il sistema di riferimento che permetteva di validarla come tale. La figura dell’ artista coincide sempre meno con quella dell’artigiano; il famoso “ma lo saprei fare anch’io!”, che deriva dall’identificazione del valore dell’artista con la sua capacità tecnico-esecutiva artigianale, ha sempre meno senso: ciò che conta è il progetto, l’idea dell’opera d’arte, il “risultato”; l’esecuzione ed il suo esecutore, uomo, macchina, processo chimico/fisico sono assolutamente secondari; ci sono artisti di prima grandezza che dichiarano di non saper disegnare e di non partecipare in alcun modo alla realizzazione dell’opera ma solo alla sua ideazione. La cosa più sorprendente è che ciò, dopo quasi un secolo da Duchamp, provoca ancora scandalo. Paradossalmente tutto ciò contribuisce ad affermare la validità dell’arte moltiplicata, rendendo sempre più senza senso la critica alla mancanza dell’intervento diretto dell’artista sui singoli esemplari dell’edizione per cui una stampa originale od un multiplo sarebbero da considerarsi alla stregua di una riproduzione. Qui sorprende come ad esempio ci si dimentichi che le fusioni in bronzo opere “singole” siano in realtà dei multipli editi in più esemplari e come altrettanto ci si dimentichi della fondamentale importanza storica e culturale del lavoro dei grandissimi incisori come Dürer, per citarne uno soltanto».

N.M.: tutto ciò come si riflette sull’arte seriale?

V.P.: «Gli effetti più specifici che le nuove forme dell’opera d’arte hanno provocato sulla produzione seriale sono il venir meno del sistema di attribuzione di “valore” alle differenti tecniche di stampa d’arte originale che attribuiva all’acquaforte il primo posto, seguita dalla litografia, poi dalla serigrafia e dalla fotografia; le tecniche di stampa fotolitografiche / offset perdevano addirittura l’attributo di originale. Ora moltissimi artisti si affidano alle tecniche di stampa fotografiche per la loro produzione artistica e ciò che distingue le loro opere considerate singole da quelle considerate edizioni seriali è il numero degli esemplari prodotti: generalmente fino a 10 sono considerate opere singole, oltre sono considerate opere seriali. E questo vale anche per i multipli. Il mercato riflette matematicamente questa regola nel prezzo delle opere. Per fare un solo esempio emblematico di come un artista contemporaneo abbia affrontato in maniera nuova le opere seriali, prendiamo Fontana: in una forma d’ arte in cui il punto massimo di riferimento erano le acqueforti realizzate da maestri dell’incisione, che realizzavano faticosissime lastre ricchissime di dettagli e retinature, precisissime e puntuali (citiamo Morandi per tutti) Fontana irrompe con i suoi strappi manuali sui fogli realizzati all’acquaforte acquatinta».

 

 

Pubblicato da Nicola Maggi su Collezione da Tiffany

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