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Gli arazzi bizzarri di Liselotte Höhs

Con l’autorizzazione di The Venice International Foundation e degli autori, pubblichiamo una serie di importanti articoli selezionati dalla fondazione stessa, nella raccolta ARTI DECORATIVE A VENEZIA, rassegna curata da Cinzia Boscolo.

DORETTA DAVANZO POLI

Il modo di raccontare pittorico di Liselotte Höhs, veneziana d’adozione, solo apparentemente semplice, in realtà molto concettuale, è sintesi geniale di uno stato d’animo, di un ricordo antico, di un sentimento improvviso. Pretesto ispirativo può essere un paesaggio esotico, uno scorcio folcloristico, un evento culturale, un’esperienza quotidiana, un prodotto commerciale, tutti gli animali sia familiari che allegorici. La tavolozza usata è vivace: colori decisi accostati in maniera insolita, spesso in contrasto originale. La resa è assolutamente libera, apparentemente istintiva, non imbrigliata da pastoie prospettiche né da regole pittoriche. Il procedimento seguito nella realizzazione di questi “arazzi bizzarri”, che Liselotte dice appreso in Ghana e nel Benin, è paragonabile a quello delle tarsie lignee o marmoree, definito “a commesso”. Si costruisce una composizione, anche molto complessa, accostando frammenti di forme e materiali diversi: su una o più superfici di fondo, supportate da un telo di sostegno, si vanno progressivamente aggiungendo, seguendo un determinato progetto grafico (qualche volta disegnato su cartone) le varie “toppe” policrome, precedentemente ritagliate, applicate con spilli e poi cucite con un semplice sopraggitto. I differenti frammenti tessili utilizzati, di dimensioni variabili, mai comuni o banali, ricavati da scampoli sempre preziosi, anche antichi o comunque tessuti su telai manuali storici (come i lampassi o i broccati di Bevilacqua o Rubelli), oppure stampati à pochoir (come i velluti o le sarge di Mariano Fortuny), sono suddivisi da Liselotte per soggetti: “cieli”, “tetti”, “prati”, “mari”, e così via.

Quando deve rafforzare il simbolismo di un elemento compositivo, utilizza anche schegge di merletti e di ricami, metalli, vetri, piccoli oggetti. Alcuni elementi del disegno, imbottiti con cotone o altro, producono curiosi effetti volumetrici, da bassorilievo, tradendo le origini austriache dell’artista: fin dal tardo medioevo infatti è tipica dell’ opus teutonicum, cioè del modo di ricamare delle antiche popolazioni germaniche, la consuetudine tradizionale all’imbottitura, che rendeva plasticamente tridimensionali le agopitture. Completata l’opera, solitamente di grandi dimensioni (150×170 cm), si procede alla rifinitura e alla decorazione dei bordi, nonché alla foderatura definitiva. Fino ad oggi Liselotte Höhs ha creato una cinquantina di “tarsie” tessili, che si possono definire anche “mosaici soffici”. Da qualche anno Liselotte ha iniziato a occuparsi di tappeti, realizzandone, con la collaborazione di maestranze tibetane, anche di enormi dimensioni, dai colori inconsueti, raffiguranti motivi ingigantiti tratti dal repertorio di Mariano Fortuny (con animaletti accoccolati negli angoli), oppure da fantasmagoriche rappresentazioni di Venezia, a metà strada tra realtà storica e visione onirica.


 

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