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Giovanni Caniato – Intaglio ligneo e dorature

The Venice International Foundation è un’associazione senza scopo di lucro costituita il 15 novembre del 1996. E’ uno dei Comitati Privati Internazionali per la Salvaguardia di Venezia del Programma UNESCO e opera sotto il Patrocinio della Regione Veneto. - Per ricevere gratuitamente la Newsletter scrivete a veniceinter@tin.it. Ora, in Italian Art Design, blog ufficiale di AL & JO, con l’autorizzazione della fondazione e degli autori, pubblichiamo una serie di importanti articoli selezionati dalla fondazione stessa, nella raccolta ARTI DECORATIVE A VENEZIA. Segnaliamo l’indirizzo e-mail dell’autore del saggio che segue, Giovanni Caniato, per eventuali approfondimenti o chiarimenti.

Fra tardo Medioevo e primo Rinascimento gli intagliatori in legno attivi a Venezia erano nell’ordine delle centinaia e ogni chiesa, ogni Scuola e dimora patrizia accoglievano le loro opere: soprattutto crocifissi e composizioni sacre, ma anche gli stalli lignei dei cori e i soffitti riccamente decorati con volute e modanature. Schiere più o meno anonime di artigiani-artisti, integrati da diverse e complementari categorie – dai marangoni da case ai battioro, dai fenestreri ai doratori – che hanno concorso nel tempo a trasformare Venezia in una delle capitali mondiali delle arti e della bellezza. Specializzazioni che ancor oggi si perpetuano, pur fra crescenti difficoltà, grazie agli ultimi artigiani ancora in attività, che hanno saputo conservare nella pratica quotidiana il “saper fare” trasmesso loro di generazione in generazione, mantenendo vive le tradizionali, talora arcaiche, tecniche e consuetudini di bottega.

A differenza delle più pregiate sculture in pietra, la maggior parte di queste opere dei secoli passati, trascorsa la moda del momento o degradate dalle ingiurie del tempo, venivano ridotte a legna da ardere o riutilizzate per altri fini; quelle che sono giunte fino a noi sono spesso in precarie condizioni di conservazione, compromesse dai tarli, rimodellate per nuove funzioni, snaturate da integrazioni moderne e strati di ridipinture, oppure private del tutto della policromia e doratura originali. Anche se va detto che, in tempi recenti, notevoli sforzi sono stati condotti da privati e dalle Soprintendenze competenti per restaurare reperti giacenti in magazzini o soffitte o riscoperti nel corso di restauri: ultimo fra tutti il pregevole crocifisso rinascimentale ritrovato nel campanile di San Salvador e presentato al pubblico pochi mesi or sono dopo un accurato intervento di restauro. I reperti lignei giunti fino a noi sono fra l’altro in larga misura privi di attribuzione e tradiscono di regola la mano dell’artigiano tout court; pur con significative eccezioni, individuate soprattutto grazie alle protratte indagini sulle fonti archivistiche tardomedievali e rinascimentali condotte nell’ultimo decennio da Anne Markham Schulz.

Fino al tardo Cinquecento gli intagliatori rappresentavano un “colonello” (specializzazione interna) della citata arte dei marangoni da case, la cui mariegola era stata approvata nel 1271 dall’ufficio della Giustizia Vecchia, organo competente in materia appunto di corporazioni di mestiere. I maestri dell’Arte potevano ingaggiare un solo garzone per volta, mentre erano liberi di assumere un numero indeterminato di lavoranti, che non potevano tuttavia essere forestieri  iscritti nei ranghi dell’Arte.

Fin dal 1445, nell’ottica protezionistica sempre perseguita dalla Serenissima, veniva ribadito il divieto d’importazione nella capitale di manufatti intagliati, mentre un decreto del 1453 vietava la vendita di opere d’intaglio in luoghi che non fossero le botteghe degli intagliatori. Eppure la maggior parte dei componenti la categoria degli intagliatori operanti in Venezia proveniva da fuori: la maggioranza dal bergamasco, ma anche dalle Romagne, dal Friuli, dal milanese e dai possedimenti veneziani nell’Adriatico orientale e lungo le coste e isole dell’attuale Grecia.

Nel 1564 il Consiglio dei Dieci, accogliendo la supplica di alcuni “intagliadori” – che lamentavano di non avere né Arte né regole, pur essendo al numero di oltre sessanta maestri – autorizzano la nascita di un’autonoma corporazione, regolata da uno specifico statuto approvato l’anno successivo, nonostante l’opposizione dell’arte madre dei marangoni: si stabiliva, fra l’altro, che solo i maestri iscritti all’Arte potessero assumere altri intagliatori e si ribadiva il divieto di importazione in Venezia di qualsiasi lavoro d’intaglio eseguito altrove.

Nel pieno Settecento – epoca considerata per Venezia di ineguagliato splendore nel campo delle arti, della decorazione, degli arredi e del rinnovamento edilizio – è attestata in laguna l’attiva presenza di diverse migliaia di maestri, lavoranti e garzoni, inquadrati nelle corrispondenti corporazioni di mestiere: riemergono le secolari diatribe fra gli intagliatori in legno e l’Arte madre dei marangoni da case, i quali “pretenderebbero che la nostra parte di lavoro fosse il puro e semplice intaglio, ma ciò è impossibile ad esequirne”, poiché i lavori “si devono far a pezi, ora un boccon ora l’altro”. I marangoni all’epoca erano ancora ripartiti nei quattro principali colonelli da fabbriche, da soaze, da rimessi e da noghera: i primi, vale a dire i falegnami veri e propri, con 219 botteghe in attività, giungevano a un migliaio di addetti (550 maestri, 342 lavoranti, 91 garzoni), oltre ad alcune centinaia di “figli di capomaestro”. Vi erano 73 maestri da noghera, con 21 botteghe aperte, addetti soprattutto alla fabbricazione di mobili in legno massiccio; 50 da soaze (corniciai, ma che fabbricavano anche le finestrelle, le relative guide o cornici e le griglie, cioè le persiane per i felzi delle gondole), con 29 botteghe (oggi a Venezia si contano sulle dita di una mano).

Erano invece 25, sempre verso la metà del Settecento, le botteghe di marangoni da remessi, che si occupavano in particolare di impiallacciature – ma anche di intarsi, spesso in avorio o in altri materiali – con ben 38 botteghe attive in città. La “prova d’arte”, superata la quale il garzone o il lavorante poteva conseguire la qualifica di maestro, consisteva nell’esecuzione di un altarino d’ordine dorico, intarsiato in avorio, oppure di uno stipo che “con una parola usurpata dal francese presso di noi si chiama borò”.

Per l’ormai da tempo autonoma corporazione degli intagliatori la “prova d’arte” per chi aspirava allo status di maestro prevedeva la realizzazione, partendo da un blocco di cirmolo, di motivi in cui doveva – come prevedeva la mariegola – “entrar il grottesco, l”arabesco e la figura”, di cui si precisavano le caratteristiche: “grottesco si chiama quel lavoro ove vi entrano animali, bisse e sassi”, mentre l’arabesco prevede “un avviato di fiori e frutti” e la figura una testa a tutto tondo. Eppure, soprattutto nel corso del Seicento, verrà segnalata in più riprese l’inosservanza di questo necessario test d’ammissione e la conseguente diffusa presenza di giovani “che non sanno far lavoriero alcuno pertinente all’arte nostra”, il che “apporta ancor gran vergogna all’arte tutta et alla città insieme”.

Negli anni settanta del Settecento erano iscritti all’Arte 106 capimastri, 203 lavoranti e 42 garzoni, i quali ultimi erano tenuti a effettuare cinque anni di garzonato, mentre le botteghe attive in città erano 30. I maestri della corporazione lamentavano la concorrenza sleale di altre categorie, che interferivano nella loro specializzazione e, in particolare, l’arrivo in laguna di molti todeschi, i quali “portano figure, picciole statue, grandi Cristi, tabernacoli d’intaglio e Santi, case di orloglio [orologi] e qualunque altra ordinazione che gli viene ordinati numero quasi infinito, con pregiudizio sommo del povero nostro arte [sic] e suoi individui”.

I dati relativi alla complementare categoria dei doratori, c h e impreziosivano con foglia d’oro o d’argento i manufatti lignei, confermano la diffusione del mestiere nella Venezia tardo barocca, con 33 botteghe attive in città per un totale di 64 maestri, 70 lavoranti e 10 garzoni. Anche per loro la qualifica di maestro richiedeva il superamento della “prova d’arte”, consistente “nello apparecchiare ingessate due strisce di legno, una piana, concava l’altra, intagliate, con ornamenti, nel raschiare il gesso, indorarle e pulirle”.

Intimamente correlati ai doradori erano gli artigiani che predisponevano la foglia preziosa, i quali ebbero quale sede l’elegante edificio barocco addossato alla chiesa di San Stae, eretto ex novo all’inizio del Settecento come si rileva dall’iscrizione ancora in loco: Scola dell’Arte de’ tiraoro e battioro – 1711.

La prolungata e spaventosa crisi economico-sociale subita da Venezia dopo l’abdicazione della Serenissima nel 1797, particolarmente intensa nei successivi due decenni, provocò una decisa contrazione un po’ in tutte le categorie artigiane, in primis fra quelle legate alla decorazione e al lusso; dalle centinaia di addetti del secolo precedente intagliatori e doratori si riducono a poche decine nel

soppressa da Napoleone nel 1807. Almeno fino alla metà del secolo, se non oltre, sopravvivono peraltro piccole botteghe individuali o familiari ancora improntate alla tradizione corporativa del tardo Settecento, restie all’introduzione di ditte improntate a una razionale organizzazione del lavoro e all’introduzione di nuovi macchinari, come già avveniva in altre località italiane.

Facendo un passo indietro nel tempo, all’epoca tardo-barocca, è opportuno accennare alla non secondaria presenza di intagliatori e doratori anche per le decorazioni di navi e imbarcazioni “da parata” o di rappresentanza. Se le leggi suntuarie e il divieto di “ostentazione del lusso” – allora vigenti benché non sempre efficaci e di non facile applicazione – avevano certamente ridotto le commesse private nell’allestimento delle centinaia di gondole de casada, la ricostruzione del Bucintoro dogale – l’ultimo della serie, varato nel 1728 – aveva impegnato a lungo gran parte delle maestranze di ambedue le categorie. Per offrire un solo possibile termine di paragone è stato calcolato, grazie ad Alberto Secco, che la foglia d’oro impiegata equivaleva a quella necessaria per la doratura degli intagli che ornavano i castelli di poppa e le polene prodiere di oltre duecento vascelli di linea. Negli anni immediatamente successivi, come documentato da Virgilio Giormani, furono inoltre varati tre nuovi peatoni dogali riccamente decorati per le cerimonie di Stato, varati il 14 aprile 1734. Di questi reperti navali, in gran parte distrutti già in epoca napoleonica, rimangono oggi pochi frammenti e un raffinato modello coevo in scala, di proprietà privata.

Sussiste ancora perfettamente integra, invece – unica nel suo genere, non solo in Italia – la peota Bucintoro realizzata a Venezia per conto dei Savoia nel 1730, a lungo utilizzata sul Po dai sovrani quale “reggia galleggiante” e vera e propria “nave di Stato”. Un apparato decorativo di soggetto navale, questo, di eccezionale rilevanza – anche perché realizzato negli stessi anni e dai medesimi intagliatori e doratori intervenuti sull’ultimo Bucintoro veneziano – per il quale sono da tempo in corso in Piemonte importanti interventi di restauro e progetti di valorizzazione, che ci si augura possano coinvolgere in prospettiva anche le residue eccellenze artigiane che animano ancora Venezia.

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