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Gino Rossi, di morte in morte

gino rossi

La vita di Gino Rossi è di quelle finite male. Un progressivo scivolare verso condizioni peggiori delle precedenti. Gino Rossi nasce a Venezia nel 1884 da una famiglia economicamente robusta e ben introdotta. La prematura morte del padre, gli nega però la fortuna di un buon inserimento sociale e la sua formazione si fa solitaria e istintiva, lontana da scuole d’arte e Accademia. La precoce passione per l’arte lo porta a Parigi e in Bretagna, dove viene attratto dalla pittura e dai luoghi di Gauguin, Van Gogh e  Cézanne. E’ da questo viaggio che ritorna a Venezia con una delle sue opere più belle, “La fanciulla del fiore“. Scopre allora l’unicità di Burano, i suoi colori, la sua luce. Apre uno studio nell’isola e, in contrapposizione alla Biennale di Venezia, con altri artisti veneti fonda la Scuola di Burano.

A cavallo del secolo, il mondo è una pentola in ebollizione. Gli impressionisti sono ribelli ed anticonformisti, riscoprono la pittura di paesaggio, la preminenza dei colori e delle emozione. Rossi è ben sintonizzato con i fermenti dell’epoca ma rimane comunque ignorato dalla critica. A Venezia, partecipa a varie mostre nel grandioso palazzo di Ca’ Pesaro. La sua ricerca pittorica si dibatte nell’impossibilità di un confronto tra pittura storica e contemporanea, tra insuperabile qualità e necessario rinnovamento. Sembra aderire all’intenzione di Cézanne di gettare il passato alle ortiche. L’ansia semplificatrice delle forme lo porta ad accostarsi al Cubismo.

Gli anni di Rossi sono gli anni in cui qualunque cosa potesse succedere, succedeva. In peggio. Sono gli anni che preparano la prima guerra mondiale e rendono ben conto della febbre espressiva che attanaglia gli uomini. Se il conscio è incomprensibile, gli sforzi si indirizzano sull’inconscio. Come calabroni impazziti che insistono a sbattere contro finestre chiuse, la pittura straripa in mille rivoli. Ancor dentro la prima decade del  XXI secolo, andare oltre il mero apparire della realtà è l’incipit di De Chirico e con lui di tutta la Metafisica. Nel 1909 in Italia irrompe il Futurismo propugnando un nuovo atteggiamento nei confronti del concetto stesso di arte in lode al futuro contro il passato. Gino Rossi stenta. Nel 1915, ormai senza un soldo, deve trasferirsi nella provincia trevisana, lasciando alle spalle il bel vivere di Venezia. La guerra del 1915 – 1918 lo vuole soldato, poi prigioniero, esausto e smarrito nella sua casa distrutta dalle bombe sul Montello. Comincia a manifestare i sintomi delle sue manie persecutorie.

Il suo equilibrio mentale si incrina e il mondo non lo aspetta. Nel 1916, dalla protesta per la mostruosistà della prima guerra mondiale, arriva il Dadaismo e il rifiuto dell’arte attraverso l’arte. E’ uno sbrodolamento. Irrispettosi, stravaganti, disgustati del passato – sarebbero ottimi per le ospitate televisive di oggi – Dada si posiziona come il bastian contrario dell’arte. Una sorta di protestantesimo artistico per il quale l’interpretazione dell’arte è solo soggettiva. Rossi tiene duro ma nel 1920, quando si vede escluso dalla Biennale di Venezia, cede un altro po’ di sé al male oscuro che lo attanaglia. Nel 1924 ecco i surrealisti. Indagano il sogno, smontano la logica, mostrano una realtà impossibile, ricercano nella perdita della coscienza, verità ultime. Gino Rossi sopravvive d’insegnamento. La sua voglia di vivere si scontra con una realtà di sofferenza, malato perennemente sull’avvio di una guarigione che mai arriva. Vive con la madre una vita impaurita, priva di mezzi. Nello stesso anno lascia l’incarico. Non può più. Come ombre gigantesche, la malattia gli annerisce la vita.  Nel giugno del ’26 lo portano all’Ospedale Psichiatrico di Treviso. Peregrinerà tra luoghi simili fino alla fine, dove “finisce di morire” nel dicembre 1947. Porta con sé i suoi quadri veloci, le sue macchie; paesaggi come istanteanee dell’anima. L’interesse per le sue opere arriva dopo.

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