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Color field painting – 2

Gli artisti legati alla Color Field Painting adottano generalmente il colore quasi monocromo, operano minime partiture del campo d’azione pittorico e – caratteristica introdotta in quegli anni in America che non abbandonerà mai più il mondo dell’arte – creano opere di grandi dimensioni.
Tutti questi elementi consentono di entrare in un mondo contemplativo in cui l’osservazione può essere mistico/trascendente, o concettuale, o fisico/oggettuale.

Questa ripartizione generica, ma idealmente molto differenziata, rispecchia all’incirca le rispettive posizioni dei tre maggiori esponenti di questa tendenza: Mark Rothko, Barnett Newman e Ad Reinhardt.

Mark Rothko (1903 – 1970) considera l’opera d’arte, il quadro, come un tramite quasi mistico che metta in contatto con l’ “altro” (sostanziale differenza con l’ Action Painting, tutta centrata sull’espressione di sé).
Per arrivare al suo straordinario risultato passa attraverso un’elaborazione formale che, almeno fino al 1950, non lascia presagire quello sviluppo e quella perfezione che caratterizzerà tutta la sua produzione successiva: all’inizio, negli anni tra il 1942 e il 1947, l’interesse per il mito si rendeva visibile nelle forme, già astratte ma ancora legate a un archetipo, presenti sulla tela.
Poi le forme vengono assorbite dal piano, perdendo anche quella loro minima identificabilità, per arrivare a quelle tipiche campiture di colore che scandiscono orizzontalmente la superficie del quadro, sin quasi ai bordi, dove si sfrangiano in confini indefiniti e indefinibili.

La tecnica usata da Rothko si avvale di spugne (più che di pennelli) per stendere il colore e di una materia cromatica diluita al massimo, quasi impalpabile, per creare un effetto visivo d’immaterialità, di mistero e di trascendenza.

Nella poetica di Rothko incide anche la sua origine russa, col misticismo ortodosso delle icone, vere e proprie finestre su un mondo ultraterreno: di fatto la sua è una pittura della luce - anche nelle opere dai cromatismi più scuri – con tutto ciò che comporta il riferimento filosofico, religioso e trascendentale alla luce, metafora assoluta di ogni emozione umana.

La composizione dei suoi quadri è sempre per campiture orizzontali su una superficie verticale. L’artista non vuole che si possa ipotizzare nelle sue tele la presenza di un orizzonte e, quindi, di un paesaggio: i campi di colore, sempre sfumati nei contorni, non tagliano mai in due la superficie e configurano un’atmosfera, uno spazio che non ha nulla della realtà.

Tratto da ilcassetto.forumcommunity

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