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Color field painting – 1

“Noi sosteniamo l’espressione semplice del pensiero complesso.
Noi siamo per la forma ampia, perché essa possiede l’impatto dell’inequivocabile.
Noi desideriamo riaffermare la superficie del dipinto.
Noi siamo per le forme piatte poiché esse distruggono l’illusione e rivelano la verità.
E’ una nozione ampiamente accettata tra i pittori che non importa ciò che uno dipinge, purché lo faccia bene. Questa è l’essenza dell’accademismo. Non esiste assolutamente un buon dipinto del nulla.
Noi affermiamo che il soggetto è d’importanza decisiva e che è valido solo quel soggetto che è tragico ed eterno”.

Il processo di rinnovamento dell’arte americana, giunto al suo culmine teorico attorno al 1945, da quella data e per circa un lustro comincia ad assumere idealmente e formalmente due strade separate.

I due grandi filoni della nuova astrazione americana, all’inizio simili, sottoscritti nelle intenzioni da tutti, in maniera lenta ma inesorabile si dividono in due branche, identificate come Action Painting da un lato e Color Field Painting dall’altro.

L’affermazione forte, violenta, gridata del disagio – e contemporaneamente della coscienza del nuovo – aveva rapidamente conquistato il mondo dell’arte e della cultura, e non solo in America, quasi monopolizzando i concetti stessi di novità e dinuovo (dove i due termini sono simili solo all’apparenza: novità contiene comunque un elemento effimero, legato alla possibilità di un superamento, come in una moda stagionale; nuovo appare come termine epocale, serio, grave).

Forse è per questo motivo che gli artisti legati alla Color Field Painting - Mark Rothko, Barnett Newman, Ad Reinhardt, Frank Stella (quest’ultimo assai più giovane degli altri e collocabile anche nel decennio successivo come tramite, come ponte e come anticipatore di tutte le correnti pittoriche minimaliste degli anni sessanta e settanta) -, i quali alla metà degli anni cinquanta hanno già elaborato una propria idea della pittura basata sulla riflessività indotta da grandi campiture di colore, non vengono immediatamente riconosciuti e dovranno aspettare il ventennio successivo per la loro definitiva consacrazione.
Del resto, anche la loro pittura intendeva svelarsi lentamente, e rifiutava di considerare come unico soggetto l’individuo, le sue personali pulsioni, come si evince da tutti i loro scritti teorici.

Partiti come gli altri espressionisti astratti dallo studio dei miti e dei simboli, questi pittori maturano la convinzione che il mito non sia esperienza individuale ma collettiva, che il senso tragico dell’esistenza si possa svelare attraverso forme semplici, non narrative, e che le emozioni di fronte al mistero della vita possano essere espresse attraverso l’assolutezza del colore.

Tratto da ilcassetto.forumcommunity

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