AlandJo

AlandJo

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto non viene aggiornato con cadenza periodica né è da considerarsi un mezzo di informazione o un prodotto editoriale ai sensi della legge n.62/2001.

Archivi per la categoria ‘news’

Aperto

Classic Piet

 

Classic Piet è il mobile ad uso bar o contenitore di AL & JO, evidente tributo a una celebre opera di Piet Mondrian. Per Mondrian l’unico modo per giungere all’espressione della realtà pura era l’astrazione. La sua era la ricerca della realtà come costante, del perfetto equilibrio tra forma e spazio, nel tentativo di dare un senso ordinato, logico, lineare a una realtà che non ha senso.

Il pezzo, segue una precisa composizione di linee verticali e orizzontali.  Ne scaturiscono 4 ante e 4 cassetti di dimensioni diverse che determinano un insieme di armonia e funzionalità inatteso.

ps. Al & Jo è un network italiano che riunisce design, artisti e mobilieri ebanisti. A partire dal 2008, il network ha avviato una sistematica ricerca di soluzioni creative innovative e coerenti processi operativi per il sistema arredo. L’approdo è consistito nella realizzazione  di propri formulati a base di resina, totalmente liberi da solventi tossici e impiegabili nella realizzazione di mobili d’alta gamma.

Tutte le creazioni, in massima parte edizioni limitate e pezzi unici, non sono ingegnerizzabili in una produzione seriale ma al contrario, possiedono caratteristiche proprie dei prodotti di lusso a partire dall’eccellenza della realizzazione.

Ad un design che non sottrae l’oggetto alla sua funzione si sono così sommate le potenzialità artistiche di resine opportunamente modificate.

Il contrasto tra rigore costruttivo e pennellate d’autore, la solidità delle figure, la patinatura e colorazione manuale pezzo a pezzo, rappresentano la cifra stilistica AL & JO.

 

Oggi come allora. La tessitura delle stoffe operate – 2a parte

Con l’autorizzazione di The Venice International Foundation e degli autori, pubblichiamo una serie di importanti articoli selezionati dalla fondazione stessa, nella raccolta ARTI DECORATIVE A VENEZIA, rassegna curata da Cinzia Boscolo.

DORETTA DAVANZO POLI

LA TESSITURA RUBELLI

È risaputo che la tessitura Rubelli è l’erede e la diretta continuatrice della storica ditta di Giovanni Battista Trapolin, che nel 1842, in tempi assai difficili per Venezia, aveva eroicamente ripreso la fabbricazione dei velluti sopraricci rilevando pure, nel 1858 il “negozio de oro ed argento falso, cordoni, frange, galloni ed altro” di proprietà dei Panciera. Nella seconda metà dell’Ottocento le vicende

produttive e commerciali, le prestigiose committenze (aristocrazia, governi, monarchie, Vaticano), le partecipazioni alle esposizioni internazionali, i premi, sono più o meno simili a quelle della ditta antagonista, impostasi nel frattempo. Ad esse allude Luigi Sormani Moretti nel 1881, nel libro La Provincia di Venezia, monografia statistica – economica – amministrativa, quando scrive di “due opifici da tessitori” producenti “velluti lisci e operati, a disegni in rilievo, detti “sopraricci”, nonché “damaschi broccati” oltre che “lacci, cordoncini, spinette, cordoni, galloni, frange, fiocchi, ghiande e ogni sorte di guarnizioni di seta, di lana e di cotone, commisti anche ad oro e argento”. Nel 1889 Rubelli arreda con i suoi celebri soprarizzi la sala centrale della III Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia e nel 1902 la regina Margherita commissiona il velluto soprarizzo a fondo blu, decorato con i simboli dei Savoia; nel 1922 apre l’elegante filiale di Firenze in via Tornabuoni (cui seguiranno quelle di Roma, Milano e Parigi) e l’anno successivo partecipa alla I Mostra Internazionale d’Arte Decorativa alla Villa Reale di Monza esponendo, tra gli altri, un velluto disegnato da Guido Cadorin. Gli esempi di campionario rimasti mostrano per lo più motivi decorativi fedelmente ispirati al passato, talora un poco influenzati prima dallo stile liberty (si pensi per esempio a damaschi e velluti su disegni di Umberto Bellotto e appunto del Cadorin, come i soprarizzi azzurri tessuti con oro puro per le carrozze del treno reale) e poi dal déco (per esempio le stoffe realizzate nel 1928 per la nuova sede dell’Istituto Nazionale delle Assicurazioni in Roma). Tra il 1920 e il 1925 la manifattura si trasferisce da campo San

Vio, nei pressi dell’Accademia, ai Gesuiti (zona anticamente abitata, come s’è detto, dai “testori serici”, con altare devozionale nella chiesa omonima), da dove usciranno nel 1934 i capolavori tessili disegnati da Gio’ Ponti, Vittorio Zecchin, Alfredo Carnelutti, esposti alla Biennale Internazionale d’Arte di Venezia. Nel dopoguerra, l’ascesa economica e sociale porta alla crescita produttiva e al potenziamento del settore industriale con l’occupazione di un grande capannone della fabbrica di fiammiferi Saffa; infine, nel 1960,

si invadono anche gli spazi della manifattura Trapolin, alla Madonna dell’Orto, in cui, all’epoca, erano ancora in funzione trenta telai semimanuali. Dal 1955 la ditta è diretta da Alessandro Favaretto, discendente del mitico Lorenzo Rubelli, che la porterà a luminosissimi traguardi, tanto da meritare nel 2004 l’ambitissima onorificenza di Cavaliere al merito del Lavoro. A partire dagli anni settanta l’incremento dei costi di manodopera e materie prime, nonché, un capovolgimento di gusti e di valori, determinano una notevole crisi del settore. Nel 1980 rimangono soltanto tre tessitrici specializzate su telai al tiro (contro quindici operaie ai telai meccanici), che tuttavia lavorano non mancando qualche richiesta di riproduzione di tessuti antichi, soprattutto damaschi, per ritappezzare le dimore storiche. Si ricorda tra le altre la bella impresa della ricostruzione filologica delle stoffe degli ambienti del Caffè Pedrocchi a Padova, ma tessuti Rubelli sono presenti in molti altri importanti palazzi veneziani, da Palazzo Ducale (appartamento del doge, di tipo “classico”) a Palazzo Cavalli Franchetti, sede dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti e oggi ambitissima sede espositiva (di tipo innovativo). Intuita la necessità di dover estendere l’attività fuori Venezia, industrializzandola sempre di più, si investe in tecnologie nuove: tra il 1980 e il 2000 l’azienda entra nella gestione della storica ditta “Arte della seta Lisio” di Firenze e nel 1984 viene rilevata la “Tessitura serica Attilio Zanchi” di Cucciago (Como). Nella consapevolezza dell’importanza del design, anche nel tessuto d’arredo, affidato oggi ad architetti specializzati, si punta molto anche sulla progettazione e sulla creatività dei decori: ogni fabbrica ha il suo stilista, interno (con la sua équipe) o esterno, e una sua immagine di prodotto, supportata dal marchio, analogamente a quanto avviene nel mondo della moda. Naturalmente ogni anno vengono presentate nuove collezioni che cambiano radicalmente, anche se non con i ritmi stagionali del settore abbigliamento. Si tratta di un mercato di dimensioni ridotte rispetto a quello della moda, ma che costituisce un settore di nicchia di secolare tradizione e grande raffinatezza. A Venezia la sede centrale è situata nel rinascimentale palazzo Corner Spinelli, sul Canal Grande, dove è conservata un’importante collezione di tessuti storici, recuperati nel corso della vita dallo stesso Cavaliere; mentre a Marghera nell’edificio che fu sede della fabbrica di saponi e profumi Vidal, si sono trasferiti gli uffici operativi e tecnici. Nel 1995 la ditta Rubelli è stata premiata con la “Navetta d’oro” alla Biennale des Editeurs di Parigi, per la creatività e in particolare per il lampasso Mocenigo. Tra gli impegni più importanti e prestigiosi degli ultimi anni, sono da ricordare la realizzazione delle tappezzerie per il teatro La Fenice di Venezia, sotto la supervisione dello scenografo Pier Luigi Pizzi, nonché di quelle del Teatro alla Scala di Milano, del San Carlo di Napoli, del Petruzzelli di Bari e altri ancora. Nel 2005 nell’appartamento storico e nella quadreria della Fondazione Querini Stampalia si tenne la mostra Lampassi, damaschi e broccati nei dipinti di Pietro Longhi: Rubelli interpreta il Settecento veneziano . Marchi del Gruppo sono: Rubelli Venezia, Dominique Kieffer, Donghia e Armani Casa Exclusive Textiles by Rubelli, Lisio e Bises Design. Nonostante ciò, l’avvocato, ci tiene molto a sottolineare che si tratta di un’azienda a conduzione familiare, in cui è effettivamente coadiuvato dai figli Andrea, Lorenzo, Nicolò, Matilde.

 


Oggi come allora. La tessitura delle stoffe operate – 1a parte

Con l’autorizzazione di The Venice International Foundation e degli autori, pubblichiamo una serie di importanti articoli selezionati dalla fondazione stessa, nella raccolta ARTI DECORATIVE A VENEZIA, rassegna curata da Cinzia Boscolo.

DORETTA DAVANZO POLI

Erano centinaia le tessiture per stoffe operate esistenti ancora in città nel 1792 poi drasticamente ridotte con la caduta della Serenissima nel 1797 e con la chiusura forzata delle Corporazioni di Arti e Mestieri imposta da Napoleone nel 1806. Se nel 1831 ne sopravvivono soltanto nove, nella seconda metà dell’Ottocento non ne restano che due: sono le medesime tuttora attive – che presentiamo in rigoroso ordine alfabetico – gloria e vanto della Venezia artigiana di oggi.

LA TESSITURA BEVILACQUA

Attiva a Venezia nel sestiere di Santa Croce al civico 1320 e riconosciuta dall’Unesco come Patrimonio dell’Umanità, vanta un’invidiabile tradizione plurisecolare, attestata dalla presenza fin dal 1499 di un antenato, certo Ser Iacomo Bevilacqua tra i sette Zudezi di Provedadori (alti funzionari-tessitori della magistratura di controllo del Veneto Setificio) che in tale anno, appunto, commissionano a Giovanni Mansueti, grande pittore del Rinascimento veneziano, allievo dei più celebri Gentile Bellini e Vittore Carpaccio, la pala devozionale con L’arresto di San Marco per l’altare della Confraternita dei Tessitori di seta nella chiesa di Santa Maria dei Crociferi, oggi Gesuiti. I sette nomi dei provveditori preposti all’epoca compaiono, assieme a firma dell’autore e data, nel cartiglio in basso, al centro della tela stessa, oggi conservata alla Liechtenstein Gallery di Vienna. Lo storico opificio, ritornato fin dal 1875 all’antico splendore, dopo un periodo di rovinosa decadenza di tutte le Arti provocata dalla chiusura delle Corporazioni nel 1816 a opera di Napoleone, diventerà tra fine Ottocento e prima metà del Novecento, una delle industrie vanto di Venezia, proseguendo nella produzione di velluti su antichi telai al tiro secondo le regole e con la qualità della Serenissima. La peculiarità più importante di tale prestigiosa manifattura veneziana, a cui nel 2004 è stata dedicata una indimenticabile esposizione in sala del Piovego a Palazzo Ducale, è quella di proseguire, con notevoli sacrifici imprenditoriali, sulla strada delle riproduzioni storiche, realizzate con quelle medesime tecniche così severamente regolamentate dalle mitiche legislazioni marciane. Pur proponendo anche decori contemporanei e innovativi, la Bevilacqua è in grado di ottenere velluti e broccati paragonabili a quelli dell’Antico Regime. Il merito va dato ad Alberto e Rodolfo Bevilacqua e, in particolare per i recuperi tecnico-artistici, al giovane Emanuele Bevilacqua, figlio di Mario, che analizzando antichi campioni, studiandone la costruzione in dettaglio su originali telai al tiro, forgiando personalmente all’occorrenza pezzi non più rintracciabili sul mercato, segando e limando, provando e riprovando gli ordimenti su complicatissimi marchingegni meccanici, è riuscito a tessere un velluto soprarizzo, considerato virtuosistico perfino dalle tessitorie di metà Ottocento. Si tratta del velluto detto delle “sfingi”, su cui si misurarono le più importanti ditte del settore serico ottocentesco, come la Tassinari & Chatel di Lyon, nel 1873 circa e poi la Prelle di Parigi. Il disegno, a tutto campo, di grande impianto modulare (67×144), di chiara ispirazione barocca, evidenziato grazie a sfumature della stessa tonalità che sembrano differire per la diversa rifrazione della luce sul vello tagliato e riccio, rappresenta, all’interno dello svolgersi speculare di tralci vegetali e serti fioriti, un motivo a grottesche costituito da figure femminili alate sostenenti un sipario drappeggiato alternato, in alzata, a mensola architettonica con sfingi e coppa di fiori. Originariamente a due corpi rosso cupo e rosa, ma anche verde e ocra, su fondo in raso da otto slegature avorio, oggi viene riproposto in questa seconda variante. La voglia di riprenderne la lavorazione è scattata grazie a un importante committente russo, che si è presentato con un frammento ottocentesco staccato dalle pareti di una prestigiosa sede governativa, chiedendone il rifacimento identico, per un considerevole metraggio. La prova richiesta (e superata) è consistita nella realizzazione dell’armatura raso del fondo, tutta in seta color avorio, con organzino (titolo 20-22, a tre capi) in ordito, sei filati per bobina. Ma il problema maggiore ha riguardato l’opera in velluto soprarizzo, in quanto in fabbrica non esisteva un telaio in grado di produrla: da decenni i telai in funzione si avvalevano di c a n t r e (cassettiere) contenenti da 400 a 800 bobine per altrettanti fili di ordito (per la formazione del vello), mentre per produrre quella tipologia ne servivano almeno 1600. Scelti dal committente stesso i fizuoli, i campioncini di ordito di “pelo”, Emanuele Bevilacqua inizia in giugno del 2010 ad approntare un telaio, operandovi le necessarie modifiche: aumentate le dimensioni della cantra sia in lunghezza (da 1,50 a 2,90 metri) sia in larghezza, affinché potesse contenere 12+12 bobine (comunque accorciate, invece delle consuete 10+10) per ciascuno degli oltre sessanta ranghi, è poi necessario trovare un pettine più grande e soprattutto bisogna modificare la macchina Jacquard, nonché fortificare il “castello” che la regge. Trovata una macchina “Vincenzi da 1760-1600”, con mollette di ottone ancora sufficientemente elastiche per spingere gli arpini che accompagnano gli aghi, tuttavia il cilindro che doveva trascinare le schede del disegno, risulta leggermente imberlato e dunque inservibile. In tessitoria viene reperito un altro cilindro superstite, più lungo, che verrà opportunamente limato alle estremità fino ad adattarsi alla “nuova” macchina e collegato ai cartoni del disegno (recuperato in parte dall’archivio storico della ditta e riadattato ex novo allo scopo) che, per le grandi dimensioni modulari dello stesso, sono tanto numerosi da fuoriuscire dal perimetro del telaio. Per questa ragione e per il loro peso di oltre quaranta chili, sarà necessaria un’ulteriore fortificazione lignea di sicurezza. I ferri esistenti, sia tubolari che scanalati, per fortuna, anche se per pochi millimetri, possono essere utilizzati. Dunque passati tutti i filati di “pelo” entro maglioni e pettine, si inizia a tessere… Ma la grande struttura non risponde ai comandi: si imbroglia, s’inceppa, riprende, si blocca. Bisognerà insistere lungamente per convincere il telaio a mettersi in moto, con testardaggine e pazienza, lubrificando perfino i fili, accompagnandone millimetro per millimetro il movimento, in un lavoro di équipe capitanata da Emanuele e formata da quattro tessitrici: Ilaria, Gloria, Silvia e Carlotta. A quest’ultima, più forte e decisa, sarà poi affidata la tessitura: il 4 agosto, circa due mesi dopo l’inizio dell’avventura, il telaio finalmente si avvia trovando il suo ritmo e procedendo in maniera continuativa. Quel giorno nascono i primi dieci centimetri di stoffa, una meraviglia commovente di vero artigianato artistico veneziano, richiedente una competenza tale in tutte le fasi, da non essere improvvisabile e dunque molto difficilmente imitabile, neppure dalle migliori maestranze orientali. Per concludere, vale la pena ricordare che nel 2010 la tessitura Bevilacqua è stata scelta (assieme a nove aziende di altri settori) da Regione, Confindustria e Confartigianato del Veneto per “150 anni di vita”, per secoli di esperienza, di produzione, di sviluppo individuale e collettivo, di lavoro, “dando un apporto considerevole nel processo verso la modernità”. È inoltre in corso l’iscrizione al Registro delle Imprese Storiche di Venezia.

 

 

 

Museo del Novecento: un museo dentro la città

Museo Novecento Arengario MilanoParliamo un po’ di architettura: e in particolare del progetto del Gruppo Rota di Museo del Novecento negli spazi dell’Arengario a Milano.

Il progetto di Italo Rota, e dei suoi collaboratori Fabio Fornasari, Emmanuele Auxilia, Paolo Montanari e Alessandro Perdetti, non è semplicemente un progetto di design architettonico sussidiario alla valorizzazione delle collezioni pittoriche che saranno ospitate nel palazzo storico in pieno centro di Milano – e si tratta di una collezione tutta da non perdere, che ripercorre pressoché tutta l’arte milanese del ’900.

Il progetto Rota vuole essere un vero e proprio percorso dal forte impatto visivo e dalla fruizione originale: basti solo dire che sarebbe previsto, non è ancora certo, che il visitatore, una volta giunto alla fine del percorso lungo la storia artistica della Milano novecentesca, debba ripercorrere al contrario il percorso appena compiuto: quasi un invito a fermarsi un attimo, a riflettere su quanto visto, a rivedere opere prima appena sfiorate.

Il progetto di Rota, che punta perciò non solo all’organizzazione di un’ingente collezione ma soprattutto alla sua fruizione, non si ferma qui: un particolare non da poco è che il percorso inizierebbe direttamente dalla metropolitana con prima tappa la Torre dell’Arengario. Il fatto di voler far iniziare la visita dalla metropolitana significa voler fare del Museo del Novecento un museo direttamente, e fisicamente, coinvolto nella realtà urbana e cittadina.

Gli spazi interessati agli allestimenti non riguardano poi solo quelli dell’Arengario, perché il progetto Rota ha previsto un corpo triangolare interstiziale tra l’Arengario e Palazzo Reale con sette salette monografiche. I due più importanti palazzi storici di Piazza Duomo sono quindi idealmente collegati.

Ma, nella prospettiva di un Museo proiettato verso l’intera piazza, la soluzione forse più interessante è quella che riguarda Neon, del 1951, proprietà della Fondazione Fontana, che verrebbe posto davanti alle finestre, per cui visibile a chiunque, basta che si trovi in Piazza Duomo.

Ultimo dettaglio: le parti di collezione non esposte (le opere sono numerosissime, per cui esposte a rotazione) saranno però fruibili “a distanza”, dalle vetrine in Via Marconi.

Questo 6 dicembre ci sarà l’inaugurazione pomposa e ufficiale: speriamo che Museo del Novecento sia davvero il “museo-città” del progetto di Italo Rota.

Al & Jo Boiseries in mostra al SiaGuest di Rimini

porte AL & JO

porte AL & JO

Al Sia Guest di Rimini, punto di riferimento per tutto il settore dell’hotellerie, Al & Jo, in partnership con DRM-Silente ha presentato, con eccellente riscontro, le boiseries d’autore della nuova collezione. Nate in origne per infondere calore negli ambienti più importanti degli antichi castelli medioevali, le boiseries acquistarono ovunque un ruolo centrale nell’arredamento di interni grazie a giochi di intarsio, a colori, dipinti e decorazioni.

Con il tempo, i pannelli andarono a suddividere ambienti, a includere porte e scaffalature.
Oggi il termine viene usato per indicare rivestimenti con pannelli di legno non necessariamente decorati.

boiserie AL & JO

boiserie AL & JO

Le boiseries AL & JO recuperano, in chiave contemporanea, l’accezione che fa riferimento ai pannelli dipinti e sono sinonimo di creatività, innovazione e stile.
Nelle versioni dotate di proprietà isolanti e fonoassorbenti sono coerenti con le attuali necessità di riqualificazione immobiliare.
Corridoi, librerie, salotti e camere assumono atmosfere sognanti se valorizzate con le boiseries AL & JO.
Di grande forza scenografica, possono essere attrezzate con mensole, occultare armadi e contenitori, liberare spazi e rendere agibili angoli altrimenti inutilizzabili.
Possono rivelarsi un ottimo investimento in ragione della non serialità e riproducibilità delle creazioni e delle quotazioni del team di art design AL & JO.

Nelle foto la porta ad effetto madreperla e la parete presentata in fiera (goccia d’oro), 400 cm x 265. Contiene 2 porte a filo. Il tutto è lavorato manualmente con resine a sbalzo.

News Design: “Progettare Pensieri” di Marco Ferreri

Foglia - Marco Ferreri

La mostra monografica di Marco Ferreri, allestita alla Triennale di Milano e aperta fino al 6 gennaio 2011, è l’occasione per ripercorrere il lavoro artistico di uno che ha saputo cimentarsi nei campi più diversi, dal design alla grafica, dall’architettura alla performance.

Progettarepensieri, questo è il titolo della mostra, è una selezione delle più importanti creazioni di Ferreri, e in aggiunta alcuni progetti inediti realizzati per questo evento.

“Usciamo tutti uguali, poi è un fatto di condizioni ambientali. La fantasia ha bisogno di un territorio di sviluppo, credo che essere figlio di un pasticciere e avere visto come si possano ottenere cose diversissime usando sempre gli stessi ingredienti: farina, acqua, uova… e aggiungendo piccole cose, sviluppi la fantasia. Ma non penso che passare la vita a contare banconote, per esempio, la inibisca”: in questi termini Ferreri parla della fantasia, sempre al centro del suo percorso artistico. La fantasia è qualcosa da coltivare e ordinare, e per farlo è necessario pensare e progettare.

Progettare pensieri, che non a caso è il titolo della mostra, significa spostare lo sguardo, guardare le cose con una inedita angolazione:  “Sta a noi, attraverso l’esercizio del pensiero che può aiutarci a leggere in modo diverso e un po’ più aperto i bisogni reali delle persone, spostare lo sguardo. Non continuare a pensare che abbiano – o credano di avere – bisogno soltanto di vestiti, gioielli eccetera. Tutto diventa sempre più sottile, impalpabile, dai cellulari del futuro ai tessuti, la gente sta tentando di eliminare la parola pesante dagli oggetti che la circondano. Mi chiedo se non sia il caso di cominciare a progettare pensieri”. Per questo, per Ferreri, fare design significa lavorare per sottrazione: guardare alle cose ed eliminarne il superfluo, ma non il pesante, scolpirle per alleggerirle sì, ma per renderle essenziali. E la fantasia si esercita proprio su questi nuovi oggetti, spogliati della loro originaria pesantezza per acquisirne una nuova, e che si prestano a uno sguardo “spostato”, capace di ordinare e progettare.

Mostre a Milano: Instant Design – Pensieri commestibili

instant design

instantdesign

Al Triennale Design Cafè il design affronta il tema del caduco e dell’effimero: Instant Design – pensieri commestibili è il titolo della mostra che Triennale Design Museum presenta ai suoi visitatori fino al 14 novembre.
A cura di Federica Sala e Michela Pelizzari, Pensieri commestibili è il primo capitolo di una narrazione che mette al centro il cibo, elemento effimero per eccellenza, come ricerca e applicazione sulla mente e sul linguaggio e che coinvolge direttamente lo spettatore.  “Come si mangiano i cavoli a merenda?”, “Com’è una faccia da pesce lesso?”, “Avete mai reso pan per focaccia?”: queste alcune delle domande rivolte al visitatore per interrogarlo su espressioni tipiche del linguaggio relative al mondo alimentare e qui materializzate nelle creazioni di Pablo Matteoda,  Barbara Uderzo e  Riccardo Blumer. L’esibizione non si ferma al linguaggio:  gioielli commestibili che si sciolgono se messi al collo, merletti tessuti con lo zucchero, schiume alimentari modellate in corpetti sono solo alcuni esempi di una mostra che indaga il cibo anche nei suoi aspetti cognitivi e sensoriali. Nel primo capitolo di Instant Design scarti alimentari prendono così forme inaspettate in grado di farci pensare e interrogarci su un universo, quello del cibo, su cui di solito non ci facciamo troppe domande. Il secondo capitolo, Atti fruibili, vi aspetta invece dal 22 febbraio 2011. Per informazioni visitate www.triennaledesignmuseum.it

Al Triennale Design Cafè il design affronta il tema del caduco e dell'effimero: Instant Design � pensieri commestibili è il titolo della mostra che Triennale Design Museum presenta ai suoi visitatori fino al 14 novembre.
A cura di Federica Sala e Michela Pelizzari, Pensieri commestibili è il primo capitolo di una narrazione che mette al centro il cibo, elemento effimero per eccellenza, come ricerca e applicazione sulla mente e sul linguaggio e che coinvolge direttamente lo spettatore. 

"Come si mangiano i cavoli a merenda?", "Com'è una faccia da pesce lesso?", "Avete mai reso pan per focaccia?": queste alcune delle domande rivolte al visitatore per interrogarlo su espressioni tipiche del linguaggio relative al mondo alimentare e qui materializzate nelle creazioni di Pablo Matteoda,  Barbara Uderzo e  Riccardo Blumer. 

L'esibizione non si ferma al linguaggio:  gioielli commestibili che si sciolgono se messi al collo, merletti tessuti con lo zucchero, schiume alimentari modellate in corpetti sono solo alcuni esempi di una mostra che indaga il cibo anche nei suoi aspetti cognitivi e sensoriali.

Nel primo capitolo di Instant Design scarti alimentari prendono così forme inaspettate in grado di farci pensare e interrogarci su un universo, quello del cibo, su cui di solito non ci facciamo troppe domande.

Il secondo capitolo, Atti fruibili, vi aspetta invece dal 22 febbraio 2011. Per informazioni visitate www.triennaledesignmuseum.it

News Design: Mirindiba una casa tradizionale che pensa moderno

casaMarcio Kogan ha creato Mirindiba una casa capace di adattarsi a diversi stili d’arredo dal moderno all’etnico passando per il minimal. La mescolanza di materiali, legati tra loro dal gusto sapiente del designer, rendono l’ambiente vario e coinvolgente.

Il cemento, elemento chiave della concezione moderna trova “conforto e calore” nel legno scuro, tipico materiale dello stile tradizionale riassumendo nella casa un piacere sia abitativo che visivo.

Il contesto abitativo è di stampo moderno e contribuisce a creare un’atmosfera elegante e sospesa.

Arte e Interior Design: The New Decor

interior design Arte e Design un incrocio tra stili, forme e colori molto interessante. Alla mostra The New Décor, che si tiene nella Hayward Gallery di Londra, una trentina di artisti internazionali, da Mona Hatoum a Ernesto Neto, hanno esposto la propria visione dell’arredamento. L’interior design creato per un’ideale casa d’artista offre allo spettatore  un viaggio capace di farci riflettere sui rapporti, le abitudini e la vita dei nostri tempi.